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Referendum, il fronte del ‘No’ con il ditino alzato: ma una Costituzione bloccata non è un bene
Tra gli aspetti più fastidiosi di questa brutta campagna referendaria c’è lo strattonamento continuo della Carta costituzionale, che i sostenitori del No dichiarano di voler difendere contro il presunto attacco demolitorio della riforma. Si tratta di una (brutta) abitudine purtroppo risalente nel tempo, anche se esercitata, come dirò, selettivamente, solo quando corrisponde agli interessi che, nel merito, tali presunti difensori hanno. Viene in mente la favola di Esopo sul pastore che grida “al lupo al lupo”, la cui morale, come si sa, è che, quando effettivamente il rischio si materializza, dopo i tanti falsi allarmi, il lupo arriva e nessuno interviene. Di auto-eletti “Pastori” (mai parola fu così simbolica) purtroppo, in giro, se ne vedono un po’. Pretendono di sostituirsi ai Padri costituenti, con un interessato paternalismo, che di Costituente ha ben poco.
Referendum, il fronte del ‘No’ con il ditino alzato: ma una Costituzione bloccata non è un bene
Questa postura elitista e didascalica, con il ditino alzato, corrisponde per molti (ovviamente ci sono rispettabilissime eccezioni) a una inversamente simmetrica ignoranza della Costituzione. Essa ha una grande efficacia impressionistica per la pancia di chi ascolta e appartiene anch’essa alla dimensione della post-verità che caratterizza molte narrazioni nel dibattito pubblico. Ma è un atteggiamento terribilmente dannoso. Per almeno tre motivi.
I motivi
Il primo è che una visione devozionistica della Costituzione tradisce proprio la volontà e lo spirito dei Costituenti. I quali non immaginavano di consegnare agli italiani una sacra reliquia da venerare, ma un corpo vivo che le future generazioni avrebbero potuto e dovuto cambiare aggiornandola e correggendo anche “limiti ed errori” (sì proprio così dicevano) che in essa erano contenuti. Chi ha voglia, può leggersi il discorso del Presidente Ruini nella seduta conclusiva dell’Assemblea costituente, il 22 dicembre 1947 (pubblicamente accessibile sul sito del Parlamento). Un cambiamento che, tra l’altro, il Costituente, nel caso in cui il Parlamento non raggiungesse un ampio accordo, volle affidato anche alla scelta del popolo, con buona pace delle visioni elitiste e aristocratiche della “democrazia dei sapienti”, quell’“epistocrazia” demolita da Karl Popper ne La società aperta e i suoi nemici proprio per le sue radici totalitarie.
Il secondo motivo è che una visione ideologica della Costituzione trascura inevitabilmente di considerare la problematicità dell’approccio costituente ai problemi. Il dogmatismo non consente sfumature ed esitazioni, come se le soluzioni contenute nella Costituzione alla fine dei lunghi dibattiti, fossero il frutto di una sorta di “rivelazione divina”. E il caso della giustizia è forse il più eclatante da questo punto di vista. Nessuno dei Defensores Fidei ricorda ad esempio che Pietro Calamandrei (spesso evocato, a sproposito, come nume tutelare) aveva proposto, per regolare i rapporti tra politica e attività requirente, l’introduzione di un “Procuratore generale commissario della giustizia”. Il quale avrebbe dovuto essere il “Capo dell’organo di accusa, con potere disciplinare sui magistrati”, designato tra i Procuratori generali della Corte d’appello o di Cassazione, ma “nominato dal Presidente della Repubblica su designazione della Camera, chiamato a rispondere di fronte alle Camere [che avrebbero potuto “sfiduciarlo”: ndr.] del buon andamento della magistratura”.
Il caso del Costituente Dossetti e il primo CSM
Nessuno ricorda che un Costituente come Giuseppe Dossetti, l’esatto opposto, come tutti sanno, di un pericoloso reazionario, aveva proposto, insieme ad altri, di comporre il CSM per metà con membri eletti dal Parlamento e metà eletti dalla magistratura (secondo il progetto originario della Commissione dei 75) e che quella proposta fu battuta solo di misura nel voto finale. Nessuno ricorda che l’opinione comune, secondo cui il PM avrebbe dovuto essere tenuto strutturalmente separato dal Giudice era condivisa pressoché da tutti i più autorevoli costituenti. E che la scelta di separare non fu compiuta perché concretamente impossibile in presenza dell’allora vigente modello processuale inquisitorio, in base al quale il PM era una figura «ibrida» (Uberti e Ruini), «anfibia» (Leone) o «mista» (Targetti) che assommava funzioni requirenti e giudicanti. Cosicché, cambiato il modello processuale (1988) e consacratolo in Costituzione (nel 1999, con la riforma dell’art. 111), sarebbero cadute le remore che avevano frenato il Costituente.
L’effetto dell’allarmismo
Ma forse, l’effetto più grave di questo millenaristico allarmismo, è che, brandendo la difesa della Carta come strumento di lotta politica, sollevando l’eccezione di “lesa maestà”, si finisce per logorare il tessuto connettivo che dovrebbe tenere insieme la nostra comunità civile, facendo della Costituzione motivo di divisione e lacerazione, piuttosto che di unificazione. Atteggiamento, tanto più insopportabile per il fatto che è a corrente alternata, cosicché la Costituzione diviene una Carta à la Carte, a volte intangibile per definizione, a volte da modificare assolutamente. Come nel caso dell’abolizione dell’autorizzazione a procedere, che, nel mosaico degli equilibri voluti dal Costituente, era pure sempre un tassello importante, piaccia o no, della regolazione dei rapporti tra politica e magistratura, tra tutela della sua indipendenza e rischio di strapotere corporativo. Tutto ciò mi pare dimostri che, per costoro, non è la Costituzione in sé ad essere intoccabile, ma ogni modifica che avvenga senza il consenso degli Ayatollah di turno, sacerdoti dell’ortodossia. Con buona pace della Corte costituzionale, cui, sempre il Costituente, ha affidato il potere di difenderla anche, ove occorra, nei confronti del legislatore costituzionale.
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