La scorsa settimana i magistrati della Corte dei conti hanno deciso di ricorrere alla Consulta contro la “legge Foti”, in vigore da gennaio. Un’ordinanza di 80 pagine della seconda sezione di appello, la n. 9/2026, ha chiesto la verifica sulla legittimità delle nuove norme sulla responsabilità amministrativa. La previsione di un tetto al risarcimento fino al 30% del danno, sostengono i magistrati, riduce l’efficacia dell’azione di responsabilità e indebolisce il principio secondo cui chi danneggia le casse pubbliche deve risponderne in modo adeguato. Ne abbiamo parlato con il presidente aggiunto della Sezione regionale di controllo per il Lazio della Corte dei conti, nonché segretario generale dell’Istituto, Franco Massi.

Dottor Massi, che idea si è fatto della vicenda?
«La logica del tetto risarcitorio potrebbe anche risultare compatibile con la Costituzione, ma il nodo centrale riguarda l’effettivo recupero dei danni erariali. Secondo i dati emersi in Parlamento, negli ultimi anni i recuperi effettivi sarebbero stati ben inferiori al 30%. Da qui l’ipotesi di un sistema misto: copertura assicurativa privata obbligatoria per funzionari, dirigenti e amministratori sul 30% del danno più un possibile intervento pubblico, magari tramite apposito fondo gestito da Consap, sul restante 70%. Se funzionasse, il nuovo modello potrebbe migliorare i recuperi per l’Erario. Anche la Consulta, con la sentenza 132 del 2024, ha valorizzato il tema delle polizze assicurative, già previsto nel nuovo Codice dei contratti pubblici. Ora, però, si attendono indicazioni definitive dalla Corte costituzionale sullo specifico tema. Particolarmente positiva, a mio avviso, la possibilità di allontanare dalla gestione della cosa pubblica gli amministratori disonesti condannati in via definitiva: se la funzione maieutica e quella sindacatoria non sortiscono gli effetti sperati, la giurisdizione risarcitoria viene così rafforzata anche in chiave sanzionatoria».

Ritiene che la riforma Foti aiuterà concretamente gli amministratori pubblici?
«La legge 1 del 2026 rafforza il controllo preventivo e la funzione consultiva della Corte dei conti, offrendo maggiori certezze ex ante a funzionari, dirigenti e amministratori alle prese con un sistema normativo sempre più complesso. La Corte costituzionale ha parlato apertamente di “fatica dell’amministrare” e di “burocrazia difensiva”. Un semplice invito a dedurre, pur non essendo una condanna (anzi), può trasformarsi in una gogna mediatica capace di compromettere un’intera carriera pubblica. Se circa metà delle azioni delle procure contabili non si conclude con una condanna definitiva, significa che molti amministratori pubblici vengono coinvolti pur risultando poi incolpevoli. Anche da qui nasce la paura della firma: il timore di subire conseguenze personali agendo in perfetta buona fede, ma in assenza di orientamenti chiari. L’obiettivo della riforma credo sia rafforzare il ruolo della Corte come supporto preventivo all’azione amministrativa».

Insomma, si tratta di un provvedimento utile.
«Una riforma senza dubbio epocale, che deve necessariamente fare i conti con un assetto organizzativo e funzionale ormai consolidato da 32 anni: credo che Parlamento e governo facciano particolare affidamento nella capacità dei vertici della Corte di interpretare al meglio il nuovo ruolo che l’intero sistema-Paese richiede all’Istituzione superiore di controllo della Repubblica Italiana».

È d’accordo con chi sostiene che la Corte dei conti, negli anni, si sia trasformata in un organo troppo «inquisitorio»?
«La missione fondante della Corte non è quella di reprimere gli illeciti, bensì di assicurare che la Pubblica amministrazione utilizzi al meglio le risorse pubbliche. Fin dal 1862 il primo presidente parlava della necessità di accompagnare i ministri, non di ostacolarli. E l’Assemblea costituente non ha modificato tale quadro, anzi ha ribadito la funzione ausiliaria della Corte. La vera paura non è quella della responsabilità, ma dell’isolamento: spesso dirigenti e amministratori non sanno a chi rivolgersi quando le norme sono poco chiare. La Corte potrebbe rafforzare il proprio ruolo consultivo e di controllo, senza rinunciare alla funzione giurisdizionale, che resta essenziale per garantire effettività all’intero sistema. In un Paese che deve diventare più rapido ed efficiente, la tempestività dell’azione amministrativa conta almeno quanto la correttezza formale delle procedure».

Secondo lei, servono più economisti all’interno della Corte dei conti?
«La specialità della magistratura contabile è proprio l’unione tra diritto ed economia pubblica. La cultura del risultato deve affiancare quella del procedimento, evitando che il formalismo prevalga sugli obiettivi concreti. Per questo potrebbe essere utile ripensare anche alla selezione dei magistrati contabili: se non fosse ancora maturo il tempo per introdurre una doppia laurea obbligatoria, si potrebbe almeno prevedere una prova specifica di econometria, per valutare la capacità di leggere scenari complessi, nonché di misurare soluzioni orientate ai risultati e alla sostenibilità finanziaria».

Marco Cruciani

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