"La Corte dei conti ha da tempo tradito il suo compito"
Legge Foti, Sabino Cassese: “Si avrà meno paura della firma ma serve più coraggio per riformare la Corte dei conti”
Nei giorni scorsi, la seconda sezione di appello della Corte dei conti ha fatto ricorso alla Corte costituzionale contro la legge Foti. Una riforma che, nelle intenzioni dei proponenti, punta a rendere più efficiente la stessa Corte dei conti e a snellire le procedure amministrative, liberando i funzionari pubblici dalla cosiddetta «paura della firma» che blocca il Paese. Abbiamo parlato della vicenda, della riforma e più in generale del ruolo della Corte dei conti con il professor Sabino Cassese.
Professore, la Corte dei conti ha promosso un ricorso alla Consulta contro la legge Foti sollevando profili di incostituzionalità sulla norma che ha limitato al 30% il danno risarcibile dai funzionari pubblici in caso di colpa grave. Che ne pensa?
«È una delle tre componenti di una sorta di sollevazione della Corte dei conti contro il Parlamento che ha adottato la legge numero 1 del 2026. Questa sollevazione si sta svolgendo lungo tre direttrici. La prima è la richiesta di negoziare con il governo l’attuazione della legge attraverso le deleghe che essa prevede. La seconda è la decisione di non applicarla, in nome del diritto europeo. La terza di affossarla attraverso rinvii alla Corte costituzionale. Per comprendere questa azione “contra legem” della Corte dei conti bisogna rendersi conto che la legge 1 del 2026, detta anche legge Foti dal suo proponente, aveva la sua origine proprio negli eccessi della Corte dei conti, che era giunta a chiedere miliardi di risarcimento di danni a funzionari pubblici. La legge avrebbe dovuto andare fino in fondo, eliminando i controlli preventivi, che sono inutili o mere cogestioni, e non avrebbe dovuto prevedere i cosiddetti “pareri a chiamata”, in cui il controllo si svolge su richiesta del controllato, invece che per un compito del controllore. Quindi, una legge non perfetta, ma che tuttavia avvia a risoluzione il problema che viene normalmente chiamato dalla paura della firma».
Secondo lei, con questa riforma gli amministratori avranno effettivamente meno «paura della firma»?
«Senza dubbio, ma, visto che l’azione della Corte dei conti ha uno spettro più ampio, il primo aspetto è proprio quello che riguarda la riorganizzazione della Corte dei conti e il divieto di passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante. Per la prima, la Corte dei conti chiede di partecipare alla stesura delle norme delegate. Per la seconda, vorrebbe l’applicazione per analogia del risultato del referendum. In ambedue i casi, la Corte dei conti svolge un ruolo non molto diverso da quello delle organizzazioni dei balneari o dei tassisti, cioè il ruolo di un gruppo di pressione nei confronti dello Stato. Con la differenza, rispetto ad altri gruppi di interessi, che la Corte dei conti è un corpo dello Stato. Anzi, si potrebbe dire che è lo Stato stesso, e che svolge questa funzione di gruppo di pressione rispetto allo Stato nel momento stesso in cui svolge la funzione pubblica, nella veste di giudice. Un’anomalia che meriterebbe più approfondite analisi».
In molti sostengono che negli ultimi anni la Corte dei conti si sia trasformata da organo ausiliario, consultivo e di controllo, a organo soprattutto inquisitorio.
«La Corte dei conti ha da tempo tradito il suo compito, tanto è vero che è composta solo di giuristi, mentre una volta vi erano esperti dei conti. Ora, oltre a svolgere una funzione prevalentemente inquisitoria, si erge a legislatore perché la sezione giurisdizionale del Lazio e quella della Lombardia, con le sentenze 82 e 41 rispettivamente, hanno deciso la disapplicazione di norme della legge perché in conflitto con le finalità dell’Unione europea e la sezione del Lazio addirittura ha stabilito, in un empito di populismo giudiziario, di essere “coscienza finanziaria dello Stato comunità”. Poi la sezione della Lombardia, con la sentenza 64 del 2026, ha adottato una sorta di interpretazione abrogante del tetto del danno, in contrasto, peraltro, con altra sentenza dello stesso organo. Infine, la sezione Puglia con l’ordinanza 11 del 2026 e la seconda sezione centrale di appello con l’ordinanza 9 del 2026 hanno sollevato davanti alla Corte costituzionale la questione della legittimità costituzionale delle norme sulla colpa grave e del tetto delle condanne erariali».
In passato lei ha spiegato che sarebbe utile rivedere la configurazione della Corte dei conti, proprio affiancando ai fini giuristi che oggi la compongono, economisti in grado di valutare i risultati dell’azione amministrativa. Oggi questo non avviene?
«La Corte dei conti dovrebbe essere l’occhio del Parlamento, e per svolgere questo ruolo dovrebbe dedicare tutte le sue energie all’esame del rendiconto e all’economicità della spesa. Per farlo dovrebbe avere specialisti di tecniche aziendali, economisti, esperti di scienza delle finanze. Invece è composta soltanto di grandi esperti del “combinato disposto”. Non pensa che le energie usate per scrivere le 80 pagine dell’ordinanza dalla quale abbiamo preso le mosse sarebbero state meglio spese per verificare efficienza ed efficacia della finanza pubblica in Italia?».
© Riproduzione riservata




