In Europa la maggior parte dei paesi ha adottato un regime di separazione dell’ordinamento giudiziario, con carriere ed inquadramenti separati per garantire correttamente la terzietà del Giudice rispetto all’accusa e alla difesa. Un obiettivo che in Italia lo schieramento progressista ha perseguito da diversi anni ad oggi senza mai raggiungere lo scopo. Basta analizzare le dichiarazioni nel corso del tempo dei diversi leader politici dei vari partiti per avere un quadro chiaro, che ad oggi appare ribaltato.Nonostante tutte le proposte degli ultimi tre decenni, nel nostro Paese si entra in Magistratura con lo stesso concorso, si fa parte dello stesso ordinamento, si è dentro allo stesso organo di autogoverno, si condivide il medesimo sistema di disciplina, valutazione ed avanzamento delle carriere, con contiguità nelle dinamiche associative e professionali. Succede nel nostro Paese, che di fatto risulta arretrato rispetto a ciò che succede nell’Europa a cui guardiamo.

La grande possibilità

Nei giorni del 22 e 23 marzo abbiamo una grande possibilità. Ora o mai più. Per progredire. Per allinearci. Per essere anche più europei. L’elettorato chiamato ad esprimersi sul referendum sulle norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione dell’Alta Corte disciplinare (approvate dal testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”), rappresenta il bilanciere di una riforma che, senza dubbio alcuno, serve a rafforzare la terzietà del Giudice terzo ed imparziale prevista dalla Costituzione, evitando commistioni di vario genere e titolo.

Referendum 22-23 marzo, un processo più giusto

L’obiettivo dichiarato deve risultare chiaro: un processo più giusto e più largamente garantista. La percezione che si avverte, oramai giunti agli ultimi giorni di campagna referendaria, è un’ampia polarizzazione del dibattito sul piano politico: analizzando i diversi interventi e valutando i vari sondaggi che si stanno susseguendo, si nota che il focus della riforma sta appassionando in modo minore rispetto a ciò che forse interessa di più. Si sta delegittimando il core business del quesito referendario in cambio di una sempre più forte convinzione che, entrando nella cabina elettorale per esprimere una preferenza, essa sia un gradimento pro o contro il governo Meloni.

Il governo non è in discussione

Facciamo attenzione su questo! La riforma era e dovrebbe essere gradita ancora alla sinistra. Restiamo molto tranquilli sulla durata del Governo. Non è in discussione. Nessuna spallata. Durerà fino a mandato naturale. Piuttosto bisogna impiegare questi giorni che restano fino alla data del voto, per concentrarsi sui contenuti. Analizziamo bene e profondamente i contenuti di questa riforma, per non far evaporare la grande opportunità che ha il nostro Paese quantomeno per allinearsi al resto d’Europa. Anche così può costruirsi quel programma di coesione europeo che vede ancora molti paesi costituenti lontani tra loro. Le contestazioni alla riforma appaiono politiche e tattiche, tutte rivolte alla contingenza e alla dialettica governo-opposizione, proiettate alle prossime politiche e alla prossima scadenza del settennato al Colle. L’esortazione è dunque di essere protagonisti con il voto. Protagonisti per una giustizia garantista nel vero interesse di tutti.

Luca D'Alessio

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