Giustizia
L’autonomia non è autogoverno, così i magistrati non hanno limiti: dal caso Palamara alla propaganda politica dell’Anm
A commettere ingerenze è la magistratura, a fianco del No per consolidare la sua Repubblica giudiziaria
Viviamo un tempo fosco, segnato da guerre di cui non si intravede la fine. L’orizzonte della pace appare lontano e i teatri dei conflitti si allargano, coinvolgendo Paesi che fino a ieri vivevano in relativa tranquillità. Si combatte e muoiono innocenti; chi riesce a sfuggire alla morte spesso sopravvive nelle condizioni più dure e disumane. In questo contesto internazionale così inquieto, l’Italia si trova stretta in una sorta di tenaglia: da un lato le guerre che agitano il mondo, dall’altro il referendum sulla riforma della magistratura. Non è, come si vede, un momento semplice.
Sebbene la politica estera occupi il primo posto nell’agenda del governo, il referendum del 22 e 23 marzo ha infiammato il dibattito interno. Tuttavia, non si è sviluppata una discussione attenta sul merito della riforma: separazione delle carriere, sdoppiamento del CSM e istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Si tratta di un intervento che attraversa sette articoli della Costituzione, a partire dall’articolo 104, che stabilisce come la magistratura costituisca un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere dello Stato. Lo stesso articolo istituisce il Consiglio superiore della magistratura quale organo di autogoverno, presieduto dal Presidente della Repubblica e composto da membri togati e laici. La modifica dell’articolo 104 è significativa perché rafforza più chiaramente l’indipendenza della magistratura requirente e giudicante. L’Associazione nazionale magistrati (ANM) non ha ringraziato e ha reagito con uno scontro senza precedenti per difendere prerogative consolidate. Con il CSM sdoppiato e con l’introduzione del sorteggio nella scelta dei componenti verrebbe infatti ridimensionato il potere delle correnti che per anni hanno dominato la vita interna della magistratura.
Nel dibattito pubblico si parla spesso di indipendenza della magistratura. Con il passare del tempo, però, questo principio è stato interpretato come una forma di autogoverno esteso, quasi una sovranità diffusa di ciascun magistrato. Si è arrivati al punto che il magistrato finisce spesso per non rispondere ad alcuno del proprio operato. In una stagione segnata da una politica debole, la magistratura ha progressivamente ampliato il proprio spazio di potere. Il termine “autogoverno”, pur non essendo presente nella Costituzione, è entrato stabilmente nel lessico istituzionale e nei documenti del CSM. La perdita di credibilità della magistratura ha toccato il punto più basso con lo scandalo dell’Hotel Champagne, noto come caso Palamara, che ha rivelato il sistema delle correnti e il rapporto incestuoso tra alcune di esse e l’ANM, associazione privata capace tuttavia di condizionare e influenzare un potere costituzionale come il CSM. Il potere dei magistrati si è ampliato senza rendere la giustizia più efficiente. Al contrario, spesso ha prodotto lentezze e conflitti istituzionali. Non di rado la magistratura ha sconfinato in ambiti che non le appartengono: dalla politica all’economia, fino alla definizione dei costumi sociali.
Durante la campagna referendaria, questo protagonismo è emerso con evidenza. La magistratura dispone di uno strumento potentissimo, l’obbligatorietà dell’azione penale, che in presenza di una politica fragile può diventare una leva di potere formidabile. Quando la cronaca giudiziaria si intreccia con la lotta politica, il risultato è un sistema nel quale le toghe non hanno veri concorrenti sul terreno dell’influenza pubblica, favorite anche da una sostanziale impunità disciplinare. Di questo passo, con la vittoria del No, si rischierebbe di consolidare definitivamente una Repubblica giudiziaria. Dopo il 23 marzo, comunque vada, qualcosa cambierà nel quadro politico italiano. A destra si muovono nuove forze. Il nascente Futuro Nazionale di Roberto Vannacci punta a scavalcare la Lega sul terreno dell’estrema destra, collocandosi come una formazione apertamente filoputiniana. Sul versante opposto, il Partito democratico guidato da Elly Schlein è attraversato da tensioni profonde tra l’asse con Giuseppe Conte e il malessere della componente riformista.
Se invece dovesse prevalere il Sì, cadrebbe finalmente la narrazione secondo cui ogni riforma della giustizia rappresenterebbe un attentato alla Costituzione. La Carta repubblicana è stata modificata oltre cinquanta volte. Le costituzioni non sono reliquie da museo. Sono strumenti vivi che devono adattarsi ai cambiamenti della società. Se non si ha il coraggio di riformarle quando necessario, il rischio non è difendere la democrazia, ma accompagnare lentamente il declino della democrazia rappresentativa.
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