Il referendum sulla giustizia arriva al voto in un clima di forte polarizzazione. Anche all’interno della magistratura il confronto è acceso. Il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, Giuseppe Visone, sostiene le ragioni del Sì e invita la magistratura a fare i conti con lo scandalo delle correnti, emerso dalle chat di Luca Palamara.

Dottor Visone, perché questo referendum sulla giustizia è diventato così divisivo anche nella magistratura?
«All’indomani dell’approvazione della riforma costituzionale si è avviata un’operazione senza precedenti in uno Stato democratico. Un’associazione privata ha deciso di partecipare attivamente a una campagna politica costituendo il Comitato per il No. Non lo ha fatto il Partito democratico, non lo hanno fatto i Cinque Stelle: lo ha fatto l’Associazione nazionale magistrati».

Lei contesta la scelta dell’Anm di scendere in campo nella campagna referendaria. Perché?
«L’Associazione nazionale magistrati ha scelto di comportarsi come un soggetto politico a tutti gli effetti. Ha chiesto ai propri iscritti un aumento del 50 per cento delle quote associative e ha avviato una campagna pubblicitaria degna di un partito. La campagna è costruita con grande abilità, perché il vero obiettivo viene mascherato dietro slogan molto suggestivi. Penso a quello che dice: “Per ottant’anni la Costituzione ha difeso noi, adesso tocca a noi difendere la Costituzione”. Ma il punto è chiedersi perché proprio oggi si invochi la difesa della Costituzione».

A cosa si riferisce?
«Le vestali della Costituzione non si sono strappate le vesti nel 2014 e nel 2016, quando il governo Renzi intervenne sulla seconda parte della Carta modificando quarantasette articoli. E non lo fecero neppure nel 2001 con la riforma del Titolo V, che alterò il rapporto tra centro e periferia generando un enorme contenzioso davanti alla Corte costituzionale».

Perché, secondo lei, la politica arriva solo oggi a intervenire con una riforma così incisiva?
«Perché nel 2019 la magistratura ha scelto di non fare i conti con se stessa. Dopo i fatti dell’Hotel Champagne presi la parola in una assemblea distrettuale e dissi chiaramente che i colleghi responsabili dovevano pagare».

Non era sufficiente sanzionare i singoli responsabili?
«Quei colleghi non rappresentavano il problema, ma il sintomo. Il problema era una crisi di sistema che è stata poi confermata dall’analisi delle chat di Luca Palamara».

Lei individua l’origine di questa crisi negli anni precedenti?
«Sì. Già nel 2006-2007 il ministro Mastella avviò un processo che spinse verso la correntizzazione e verso la carriera. Con la temporaneità degli incarichi e il venir meno dell’anzianità senza demerito, molti colleghi si sono trovati alla ricerca di incarichi e quindi di sponsor».

Un fenomeno che si è accentuato negli anni successivi?
«Tra il 2014 e il 2015, con la riforma Renzi, fu abbassata l’età pensionabile dei magistrati da 72 a 70 anni. Questo ha decapitato molti uffici giudiziari e ha prodotto un numero enorme di nomine. Tra il 2014 e il 2018 il Csm ha effettuato circa 1.049 nomine e circa il 30 per cento sono state poi annullate dalla giustizia amministrativa».

Eppure dopo lo scandalo Palamara si disse che il sistema era cambiato.
«In realtà si è deciso di fare un colpo di spugna. Dopo l’analisi delle sessantamila chat di Palamara e il coinvolgimento di centinaia di colleghi, si è scelto di far finta di nulla. Questo è stato possibile attraverso la cosiddetta dottrina dell’autopromozione non pregiudizievole».

Che cosa significa?
«Significa che se io mi promuovo ma non denigro il mio concorrente, la mia condotta non ha rilievo disciplinare».

Lei cita anche diversi casi di nomine annullate.
«Sono state annullate la nomina del procuratore di Roma, quella del primo presidente della Cassazione, del presidente aggiunto della Cassazione, due volte quella del procuratore di Reggio Calabria, poi il procuratore generale di Genova e il procuratore di Trapani».

Uno dei punti più contestati della riforma è il sorteggio per il Csm.
«Si sta dicendo che il sorteggio è una tombola, una riffa che mortifica l’istituzione. Ma è offensivo dire che un magistrato non sia degno di far parte del Consiglio superiore della magistratura. Parliamo di magistrati che hanno superato un concorso pubblico e che ogni giorno decidono sui diritti e sulle libertà dei cittadini».

Il tema della rappresentatività non c’è?
«Bisogna chiedersi rappresentatività di chi. Delle correnti? Il Consiglio superiore della magistratura non è un organo politico, ma un organo di alta amministrazione. Lo ha chiarito anche il Consiglio di Stato».

Qual è il suo appello per il referendum?
«Il 22 e il 23 marzo votiamo Sì per liberare e ridare credibilità alla magistratura. Perché la Costituzione è eterna proprio perché può essere cambiata».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.