L'intervista
-10 al referendum magistratura, Umberto Costi: “Oggi giudici e pm sono troppo legati. Gli imputati? Non sono sereni”
Socialdemocrazia, una parola antica che contiene – si guardi al Nord Europa – tutto il futuro di chi tiene a coniugare diritti, libertà e opportunità, “Socialdemocrazia SD”, il partito (saldamente a sinistra) che riceve l’eredità morale dei socialdemocratici italiani, è impegnata con una serie di attività – a partire dai volantinaggi nel centro di Roma con il segretario, Umberto Costi, a favore del Sì.
Segretario Costi, lei invita a non equivocare: questo referendum riguarda davvero la riforma della giustizia?
«Questo è un referendum sull’ordinamento giudiziario, non ancora una riforma complessiva della giustizia. Quando lo si presenta come una riforma generale si rischia di portare fuori strada molti cittadini. In realtà è un’occasione per dare seguito a un’idea che appartiene alla grande tradizione socialista, a partire da Giuliano Vassalli, e per dare più ordine e chiarezza al lavoro dei magistrati».
Il tema più discusso è la separazione delle carriere. Perché la ritiene una garanzia necessaria?
«Chi vota no continua a dire che esiste già la separazione delle funzioni e che dunque non servirebbe altro. Ma non è la stessa cosa. La separazione delle carriere significa una divisione fin dall’inizio dei percorsi. Oggi accade che giovani che hanno studiato insieme, che hanno condiviso gli stessi ambienti e talvolta perfino legami familiari, si ritrovino poi uno a fare il pubblico ministero e l’altro il giudice, nella stessa aula. Entrambi svolgono lavori nobili, ma questo può generare nel cittadino il sospetto che il giudizio non sia completamente sereno. E in un’aula di tribunale non deve esistere neppure l’ombra di un sospetto».
Lei critica anche il ruolo assunto dall’Associazione nazionale magistrati. Perché?
«L’ANM è un’associazione di diritto privato e sta assumendo sempre più un ruolo politico. Interloquisce con il governo, entra nel merito delle leggi, diventa di fatto un ariete contro il Parlamento. In Europa non esiste nulla di simile: le associazioni dei magistrati si occupano di aggiornamento professionale, di etica, di studio. Non entrano nel processo legislativo. Questa, a mio avviso, è una disfunzione evidente».
Nel dibattito sul referendum lei vede anche una dimensione politica più ampia.
«È innegabile che nel tempo ci sia stato un flirt tra una parte della magistratura associata e la sinistra politica, dal Pci al Pds fino ai Ds e poi al Pd. Il problema però non va affrontato con toni da duello. Dopo Tangentopoli, con 2.590 richieste di arresto approvate al 98%, si è aperta una stagione nuova nella civiltà giuridica italiana. Ma proprio per questo oggi serve serenità e non contrapposizione ideologica».
C’è chi dice che votare al referendum significhi sostenere il governo Meloni. Lei non è d’accordo.
«È una grande mistificazione. Si sta facendo credere che il referendum sia un voto pro o contro il governo. Non è così. È un voto sull’ordinamento giudiziario e sulle garanzie per il cittadino. Trasformarlo in uno scontro politico è, francamente, prendere in giro la gente».
Questa vicenda, secondo lei, aprirà un problema nella sinistra riformista?
«Io credo di sì. Dopo il voto si dovrà discutere seriamente. I socialisti democratici porranno il tema: esiste un problema per i riformisti a sinistra. Non capisco come un riformista, un socialdemocratico, possa pensare di costruire un’alleanza di governo con forze che su molti temi, anche di politica internazionale, hanno posizioni ambigue e poco chiare».
Nel dibattito pubblico c’è un clima di scontro duro tra favorevoli e contrari.
«Purtroppo sì. Chi vota sì viene spesso dipinto come un mascalzone, un corrotto, qualcuno che vuole sfuggire alla giustizia. È un linguaggio che rifiuto completamente. La giustizia è una cosa troppo seria per essere trasformata in uno scontro morale tra buoni e cattivi. E quando si aprono gli armadi di ciascuno qualche scheletro si trova sempre. Per questo servono regole chiare e garanzie uguali per tutti».
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