Lo chiedeva Giovenale, nella Satira VI, duemila anni fa: chi sorveglierà i sorveglianti? Era una domanda tecnica. Oggi ha una risposta: il referendum sulla separazione delle carriere. E chi la teme di più è l’Anm, che da mesi gestisce una campagna politica — manifesti nelle stazioni, fondi raccolti, dirigenti sui palchi — in barba all’art. 2 del proprio Statuto, che recita: «Non ha finalità politica». Non è un’accusa esterna. È la norma che si è data da sola.

Il Comitato per il No — finanziato con le quote degli iscritti, aumentate ad hoc da 10 a 15 euro mensili — ha raccolto oltre un milione di euro. Alla richiesta di trasparenza sui finanziatori, risposta secca: privacy. Eppure la legge 659/1981, rafforzata dal d.lgs. 149/2013, impone a chiunque faccia politica di rendere ostensibili i propri finanziamenti. I partiti lo fanno. L’Anm no. Non è una svista: è una scelta.

Nel frattempo, i manifesti Anm sono oggetto di un esposto per notizie false atte a turbare il voto, firmato dal professor Spangher. La Pm designata a indagare è, con ogni probabilità, iscritta all’Anm: il 96% dei magistrati lo è. Il Pm indaga su sé stesso, sui manifesti del sodalizio di cui paga la quota. O l’indipendenza costituzionale è reale e basta — e allora vale sempre, anche qui — oppure non esclude ogni condizionamento, e allora bisogna darne conto. Le due cose non stanno insieme.

La riforma non indebolisce la magistratura di un millimetro. Rafforza il giudice terzo. Consacra costituzionalmente l’autonomia del Pm, che oggi dipende da una legge ordinaria. E con il sorteggio al Csm non tocca il potere giudiziario: dissolve il potere politico delle correnti, quello che non avrebbe mai dovuto esistere. L’Anm combatte con i toni dell’ultima difesa della civiltà perché sta difendendo sé stessa, non la Costituzione. Il 22 e 23 marzo, la risposta è Sì.

Stefano Giordano

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