Giuseppe Conte chiude la campagna per il No venerdì al Palazzo dei Congressi dell’EUR. Il parterre è di quelli che lasciano senza fiato: Travaglio, Scanzi, Carofiglio, Iacchetti, Ficarra e Picone, Neri Marcorè, Elio Germano, Pif. Un cast da prima serata di Zelig. Manca solo Amadeus e il collegamento con l’Ariston è completo. Da Bologna, intanto, Elly Schlein rilancia: «Noi vinceremo questo referendum e poi vinceremo le elezioni politiche». Ecco, appunto. Grazie della sincerità, segretaria: il referendum non è sulla giustizia, è un plebiscito anti-governo mascherato da difesa della Costituzione. Almeno adesso lo sappiamo.

E si capisce perché servano i comici. Perché le lacune argomentative del fronte del No sono ormai voragini che nessun giurista serio può colmare. Come abbiamo già scritto, il Pubblico ministero dalla riforma non esce indebolito: esce rafforzato. Riceve un proprio Consiglio superiore della magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica, con le medesime garanzie di autonomia e indipendenza del Csm dei Giudici. L’articolo 104 della Costituzione — «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» — resta identico, parola per parola. Il Pm ottiene finalmente una copertura costituzionale propria, dedicata, strutturale: non più derivata dalla contiguità col Giudice, ma autonoma. La sottoposizione all’esecutivo non solo non avviene, ma diventa più difficile di quanto non sia oggi.

Tutto questo, però, i leader del No non possono dirlo. Perché significherebbe ammettere di non aver letto il testo della riforma, o di averlo letto e di mentire. Meglio allora Ficarra e Picone. Voltaire ammoniva che «è pericoloso aver ragione in cose in cui gli uomini costituiti in autorità hanno torto». Ma qui siamo oltre: è pericoloso non avere ragione e sostituire gli argomenti con le risate. Questi signori ci spiegheranno, un giorno, da chi sono stati istruiti sul merito della riforma costituzionale. O forse no. Forse basta lo sketch.

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