"Votiamo Sì per liberare la magistratura"
Referendum, Tajani al Riformista: “Molti magistrati sono a favore ma non lo dicono perché temono ritorsioni, questo dimostra lo strapotere di una minoranza organizzata”
Antonio Tajani è ottimista: gli italiani approveranno il referendum sulla magistratura. D’altronde, il ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio ricorda che la separazione delle carriere trova un consenso trasversale. Nel solco garantista di Silvio Berlusconi.
Forza Italia ha sempre rivendicato una forte tradizione garantista. In che modo il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo si inserisce nella storia politica del suo partito?
«Il tema del garantismo non è solo un aspetto della nostra storia politica: è qualcosa di più, costituisce uno dei valori fondanti di Forza Italia. Definisce la nostra identità al pari di Liberalismo, Cristianesimo, Riformismo, appartenenza Europea e Atlantica. In questo ambito, la separazione delle carriere è una battaglia fondamentale, perché afferma un principio addirittura ovvio nella logica con cui le persone naturalmente ragionano. Chi giudica deve essere equidistante da chi accusa e da chi difende. Non può essere collega e amico di uno dei due. Cosa si direbbe se la persona chiamata a giudicare in un processo fosse un collega di studio dell’avvocato difensore? Sarebbe una follia, no? Lo stesso deve valere per chi accusa. Per questo Silvio Berlusconi condusse fino all’ultimo giorno una convinta battaglia per arrivare alla separazione delle carriere».
Si aspettava una reazione corporativa così forte – e dunque così chiusa – da parte dei magistrati dell’Anm di fronte a questo referendum?
«Purtroppo sì, ma attenzione, la reazione è dell’Anm, non dei singoli magistrati. Di fatto l’Anm agisce da troppo tempo non come un sindacato ma come una corporazione, dominata dalle correnti, cioè da gruppi di potere che temono si stia rompendo un sistema nel quale avevano gestito nomine, incarichi, carriere, condizionato indagini e sentenze. Per questo è il sistema del sorteggio dei membri dei Csm a terrorizzarli davvero. Ma, lo ripeto, parliamo dell’atteggiamento dell’Anm, non dei singoli magistrati, molti dei quali si sono pronunciati apertamente per il Sì. E molti altri tacciono o lo ammettono solo in privato per paura di ritorsioni. Questa è una situazione molto grave, che dimostra lo strapotere di una minoranza organizzata all’interno della magistratura».
L’Anm, secondo molti osservatori, ha assunto un ruolo apertamente politico: presìdi nei tribunali, iniziative pubbliche, manifesti polemici nelle stazioni. Come sarà possibile ricucire lo strappo tra magistratura associata e politica dopo il voto referendario?
«Deve essere chiaro un concetto: l’Associazione nazionale magistrati è un sindacato, non un interlocutore politico. Il suo compito è difendere gli stipendi, le pensioni, le condizioni di lavoro dei magistrati. Non è negoziare con il Governo e il Parlamento le scelte in materia di Giustizia. Il principio della separazione dei poteri vale in entrambe le direzioni: il Governo non deve interferire su ciò che è di competenza della Magistratura, così come la Magistratura non deve interferire su ciò che è di competenza del Governo. Il Csm è stato pensato dai Costituenti come un organo di alta amministrazione e di consulenza tecnica, non come una terza Camera del Parlamento. Premesso tutto questo, dopo il referendum sarà nell’interesse di tutti e soprattutto del Paese un rapporto più costruttivo con l’Associazione dei magistrati. Ma questo non dipende principalmente da noi».
Il garantismo è stato uno dei tratti distintivi dell’eredità politica di Silvio Berlusconi. Quale parte di quel lascito considera oggi più attuale nel dibattito sulla giustizia italiana?
«Vede, in questa materia, come in tante altre, esistono nella storia italiana un “prima” e un “dopo” Berlusconi. Fino al 1994, nonostante il caso Tortora, nonostante il referendum sulla responsabilità civile dei giudici, nonostante il drammatico isolamento di Falcone da parte delle correnti organizzate nel Csm, che lo espose alla vendetta della mafia, nonostante tutto questo in Italia il tema giustizia non era al centro del dibattito pubblico. Fu Silvio Berlusconi a farsi carico della necessità di una profonda riforma in senso garantista, che rendesse l’Italia simile agli altri grandi Paesi europei. Pagò questa scelta con la persecuzione giudiziaria più vasta, per durata, per impiego di mezzi e di risorse, della storia italiana. Ma da allora il tema della riforma della giustizia è ineludibile, chiunque sia al governo del Paese».
Forza Italia ha fatto più di altri partiti del centrodestra per sostenere il referendum e mobilitare l’opinione pubblica su questi temi. Quanto è stato difficile tenere alta l’attenzione su una battaglia storica del garantismo?
«L’attenzione e l’entusiasmo dei nostri militanti, dei nostri sostenitori, come è ovvio, sono altissimi, così come lo è l’impegno dei partiti alleati. Sono letteralmente centinaia, ogni giorno, le iniziative grandi e piccole che spontaneamente nascono in ogni Comune italiano per il Sì. Gli italiani si stanno rendendo conto che questa non è una battaglia politica, pro o contro il governo, anche se i sostenitori del No, poveri di argomenti di merito, cercano di “buttare la palla in tribuna” e di parlare d’altro: di un referendum sul governo, che non c’entra nulla e che andrà avanti in ogni caso, oppure di un attacco all’indipendenza della Magistratura, dimenticando che le norme costituzionali che la tutelano rimarranno comunque invariate ed anzi rafforzate con la vittoria del Sì».
Qual è il suo pronostico sul risultato del referendum del 22 e 23 marzo?
«Sono convinto della vittoria del Sì. Però è necessario che gli italiani vadano a votare, che si rendano conto che è un tema decisivo, che non riguarda la politica ma la vita delle persone: per questo fino all’ultimo momento saremo mobilitati. Sembra sempre che essere implicati in una vicenda giudiziaria da innocenti sia una cosa che capita gli altri, ma può valere per ciascuno di noi. Nell’ultimo biennio i procedimenti giudiziari avviati e finiti in nulla, per archiviazione o assoluzione, sono stati un milione. E 50.000 le ingiuste detenzioni. Va detto che si sono pronunciate con chiarezza per il Sì molte figure illustri della sinistra, certo lontanissime da noi, un magistrato come Antonio Di Pietro, un grande giurista come Sabino Cassese, l’ex Sindaco di Milano Giuliano Pisapia. D’altronde le nostre idee sono le stesse di Giovanni Falcone e di Giuliano Vassalli. L’adesione al Sì di molti esponenti della sinistra è un atto di coraggio e di onestà intellettuale che merita grande rispetto, ma anche una testimonianza molto forte del fatto che si tratta di una battaglia civile e non politica, non contro i magistrati, ma al contrario a favore dei tanti magistrati seri e davvero indipendenti che onorano la toga e lo Stato. Sono la grande maggioranza, nell’Ordine Giudiziario».
Dal giorno dopo il voto, quali sono le condizioni minime politiche e parlamentari per avviare finalmente una riforma complessiva della giustizia in Italia?
«Ci stiamo lavorando dal principio della legislatura, era nel nostro programma e quindi era un impegno con gli elettori. La porteremo a termine al di là del referendum. Ma vorrei che finalmente si parlasse di giustizia non come contrapposizione strumentale ma come problema condiviso. Del resto la sinistra un tempo aveva un’importante tradizione garantista e il fatto che l’abbia smarrita è ragione di profondo disagio per molti suoi parlamentari, dirigenti, elettori».
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