Abbiamo conversato con Fernanda Cervetti, giudice penale di lungo corso che ha svolto il suo servizio in Pretura ed in Corte d’Appello a Torino, oggi Presidente dell’Associazione M.A.G.E.D. (Magistrati, Avvocati, Giuriste Europee Donne), Presidente dell’ANDE Torino (Associazione Nazionale Donne Elettrici) e Membro anziano dell’International Association Women Judges.

Quali funzioni ha svolto nella sua carriera?

Io ho iniziato la mia carriera come pubblico ministero all’epoca delle Brigate Rosse e successivamente sono passata alla funzione giudicante. In Pretura ero specializzata nella materia della prevenzione degli infortuni occupandomi di enti pubblici e di aziende, senza mai guardare al colore politico dell’imputato. Ho sempre sostenuto che la giustizia dovesse e debba stare fuori dalla politica e la politica fuori dalla giustizia. Fare il giudice è un servizio per la collettività, non un centro di potere. Inoltre ho sempre vissuto come difficile il mio essere donna nello svolgimento di una funzione tagliata ancora al maschile.

Nel corso della carriera ha mai fatto parte di una corrente?

Mi è capitato proprio perché, come detto, mi occupavo di una materia “sensibile” ed il mio atteggiamento terzo e distaccato infastidiva tanto da dover subire tentativi di blocco dei miei passaggi di carriera. E così, nonostante fossi stata sempre indipendente dalle correnti, su consiglio di una collega mi sono iscritta ad Unicost quantomeno per essere considerata. Non credendoci non è arrivato alcun sostegno tanto che ho portato avanti in autonomia il ricorso al CSM che vinsi così ottenendo pieno riconoscimento della mia professionalità. Tuttavia, quando successivamente affrontai una valutazione per un posto direttivo, ho capito che se non si è, come dico io, “bravi soldatini obbedienti”, problemi ne restano sempre. Il maggiore è sicuramente essere indipendenti dalle politiche correntizie interne all’ANM, con le proprie regole, gli scambi di favori e così via.

Che peso avevano le correnti quando era in servizio e quale peso hanno assunto a seguito della cd “vicenda Palamara”? È cambiato qualcosa nel corso degli anni o quanto denunciato è una prassi antica che si è andata sviluppando nel tempo?

Esisteva prima e ha continuato ad esistere. Il “sistema” è sempre stato uguale: “Tu fai un piacere a me e io faccio un piacere a te”. La logica correntizia ha sempre dettato le sue regole. Ho conosciuto Palamara e posso solo dire che è l’unico che è stato “beccato”. Per il resto non è cambiato nulla.

La riforma prevede il sorteggio dei membri dei due CSM. È un metodo capace di interrompere l’influenza delle correnti nelle nomine dei capi degli uffici direttivi?

Bisogna iniziare da qualche parte e quello del sorteggio è un metodo che potrebbe annullare, o quantomeno indebolire, il “sistema” di cui parlavo prima. Ritengo che possa finalmente evitare le logiche spartitocratiche e gli “interna corpora”. Si spezza il legame fra le carriere dei giudici e dei P.M. e la spada di Damocle, per chi non si conforma alla regola del “buon soldatino obbediente”, del deferimento al CSM. Ora sarà un’Alta Corte autonoma a decidere per errori, mancanze o quant’altro. Tra l’altro, per la nomina ed il successivo sorteggio le leggi attuative potranno prevedere dei requisiti importanti di anzianità ed esperienza funzionale. Non come ora, con la possibilità di nomina nell’attuale CSM di magistrati che non svolgono da molto tempo la giurisdizione, spesso distaccati a centri studi o apparati di natura politica con funzioni diverse da quella requirente e giudicante. Il metodo del sorteggio garantisce certamente maggiori competenze ed esperienza. Già in questo modo corregge qualcosa. I membri laici, anch’essi sorteggiati da un elenco scelto non certo dal governo come taluno maliziosamente prospetta, ma dal Parlamento in seduta comune, devono avere quindici anni di professione. Anche questo è uno sbarramento importante che garantisce maturità nel giudizio ed esperienza. In più, mi si consenta una riflessione: come si può ritenere che un giudice che può decidere di irrogare l’ergastolo o pene severe non abbia le competenze per giudicare la professionalità di un collega?

Uno degli slogan dei sostenitori del NO è che la separazione delle carriere provocherebbe la sottomissione del pubblico ministero al potere esecutivo nonostante. Qual è il suo punto di vista su questo aspetto?

Non vedo affatto questo rischio. L’art. 104 Cost. non subisce cambiamenti. Il primo comma riafferma il principio secondo cui la magistratura è un organo autonomo ed indipendente da ogni altro potere ed in più introduce la specificazione che è composta dalla carriera giudicante e dalla carriera requirente. Si tratta, pertanto, di un argomento privo di fondamento, destinato solo a confondere le idee, con asserzioni qualunquiste non certo degne di essere diffuse da magistrati.

I sostenitori del NO affermano anche che la previsione di due CSM determinerà un’indebita ingerenza della politica sulla magistratura.

Anche questo è un argomento che non ha nessun valore proprio per le modalità di scelta dei componenti dei due consigli gemelli ed identici come due gocce d’acqua per i requisiti proposti. Ha mai fatto caso al numero di pubblici ministeri e giudici all’interno del CSM? Avendo due funzioni diverse, di accusa da un lato, e di giudizio imparziale dall’altro, mi pare importante che chi giudica sulla professionalità o sulle responsabilità di un giudice, non possa essere, di persona o per via del proprio credo politico, un P.M. di fede diversa o viceversa. Con due CSM questo problema non si pone più.

Più voci attribuiscono alla riforma il colore politico dell’attuale governo. Questa impostazione non rischia di offuscare il vero obiettivo della riforma che è quello di maggior tutela del cittadino?

Questa riforma non ha un colore politico e darglielo significa falsare scientemente la realtà. La separazione delle carriere era vista con favore già trenta anni fa da personalità appartenenti alla sinistra. È stato proposto il sorteggio per la nomina al CSM da un folto numero di magistrati indipendenti, che già in allora vedevano nelle correnti e nella loro politicizzazione interna un problema di trasparenza ed equità. Questo non è un referendum sul governo, ma viene ad incidere solo sul funzionamento più corretto di chi decide la professionalità o la responsabilità dei magistrati che devono essere considerati uguali agli altri comuni cittadini. Soprattutto non è un referendum sulla giustizia, come si sente spesso dire in modo qualunquista e falsamente accattivante. La riforma riguarda l’organizzazione interna della funzione giudiziaria e, quindi, concordo sul fatto che abbia lo scopo di garantire maggior tutela al cittadino, attraverso il consolidamento dell’indipendenza del giudice dalle altre parti processuali.

Paola Savio - avvocato penalista

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