Legge elettorale
Minimizzare i difetti bipolari nel sistema post-Rosatellum
A quanto pare, l’unica opzione che resta sul tavolo della riforma del Rosatellum è quella di… Sempre: il sistema maggioritario, ancorché riveduto con l’abolizione dei collegi uninominali e corretto con un cospicuo premio in seggi al miglior perdente. Siamo riusciti a non morire democristiani, insomma, ma sembriamo destinati a morire di bipolarismo (almeno lo sono coloro che hanno l’età avanzata di chi scrive). Di quel bipolarismo che, grazie a meccanismi di voto “bastardi” – né pienamente maggioritari né pienamente proporzionali – ha incentivato la creazione di coalizioni fortemente composite e contraddittorie, in particolare nelle scelte di politica internazionale, tenute insieme dall’unico obiettivo di impedire la vittoria dell’avversario e che hanno conferito un enorme potere di condizionamento ai partiti minori e ai notabilati locali.
Questo sistema ha costretto le forze riformiste ed europeiste a coabitare da gregarie dentro schieramenti dominati o dalla destra sovranista, o dal movimentismo massimalista della sinistra attuale. Ora, per uscire da questo vicolo cieco una strada ci sarebbe, anche se oggi è sbarrata da opposte quanto speculari convenienze elettorali: abbandonare il dogma per cui “la sera delle elezioni dobbiamo conoscere il vincitore”. E accettare l’idea – in armonia peraltro con la Costituzione, quella Costituzione che guai a toccarla, ma che si può tranquillamente tradire – che è il Parlamento il luogo in cui si formano le alleanze di governo.
Anche per ricostruire il suo primato democratico è quindi necessario un meccanismo di voto autenticamente proporzionale, che spinga le forze in campo a schierarsi senza pateracchi programmatici con la propria cultura politica (se ne hanno una); e che lasci agli elettori la responsabilità di scegliere i loro rappresentanti (preferenze e non le liste bloccate). Attenzione, però. “Autenticamente proporzionale” significa che il giusto equilibrio tra rappresentanza e stabilità dell’esecutivo va trovato attraverso un correttivo -l’unico- che eviti la frammentazione, e tuteli la governabilità, senza introdurre elementi distorsivi. E cioè attraverso una soglia di sbarramento elevata, con un diritto di tribuna per chi non la raggiunge, come avviene in Germania. Non c’è pertanto bisogno di inventarsi nulla di particolare, tanto meno di terapie che rischiano di essere nocive per il malato.
In conclusione, qualunque marchingegno elettorale immaginato per dare vita a maggioranze fittizie riprodurrebbe, aggravandoli, i difetti del bipolarismo. Lo stesso vale per quella forzatura istituzionale chiamata premierato a cui si vuole abbinare un espediente ipermaggioritario. Nella cosiddetta Seconda Repubblica alle leadership politiche sono mancate cura dell’interesse generale e visione del futuro, non poteri formali. Perciò non serve gonfiare artificiosamente questi ultimi per supplire alle carenze delle prime. E, se proprio si volesse andare in tale direzione, anche qui basterebbe rifarsi a ciò che funziona abbastanza bene altrove: il cancellierato alla tedesca o, in alternativa, un doppio turno di collegio con ballottaggio tra i due meglio piazzati. Gli ibridi non funzionano.
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