Sabato 16 maggio, nell’Aula Magna della Corte di Cassazione, l’assemblea straordinaria dell’ANM si è chiusa con una mozione unitaria. Il dato è stato salutato come prova di ritrovata coesione. Ma l’unanimità, in certi consessi, non dimostra convergenza: dimostra che il compromesso era necessario. Troppo recente la memoria di Ceccarelli che si dimette e viene ignorata mentre parla, della collega di Santa Maria Capua Vetere additata come nemico per aver sostenuto il Sì, perché qualcuno potesse permettersi un’altra frattura pubblica. L’unità del 16 maggio è il vestito buono messo per l’occasione. Dentro ci sono ancora le due anime.

Le due anime dell’Anm

La prima anima è quella che merita rispetto. Tango ha ripetuto che il contributo dell’ANM «non può che essere tecnico»; che «la funzione legislativa appartiene al Parlamento»; che il referendum è stato «una delega forte ma non in bianco». Parole che in questa rubrica abbiamo già apprezzato. L’idea di spiegare ai cittadini come funziona la giustizia — chi decide, perché ci vuole così tanto — è legittima per qualsiasi associazione professionale. Anzi, è utile.

La seconda anima è quella che preoccupa. Il documento approvato sabato introduce le «Case della Costituzione»: strutture permanenti sul territorio, osservatori civici, rete referendaria mantenuta viva, monitoraggio del dibattito pubblico.

La massima di Montesquieu

Il tutto sorretto da una premessa che è già un programma politico: i quattordici milioni di No vengono letti come «investitura civile» ricevuta direttamente dalle toghe. Il problema non è la comunicazione con i cittadini — è la legittimazione popolare che se ne vuole ricavare. Montesquieu lo scrisse con la chiarezza dei grandi: quando chi giudica diventa anche chi mobilita il consenso, non vi è più libertà.

La mozione era unitaria, certo. Ma i compromessi non eliminano le contraddizioni — le rinviano. L’ANM non può dirsi sindacato tecnico e costruire al contempo un’infrastruttura territoriale permanente di orientamento del dibattito pubblico. La separazione dei poteri non si tutela solo impedendo che il PM diventi giudice. Si tutela anche impedendo che il giudice diventi partito. Il congresso di Napoli, a novembre, dirà quale delle due anime ha vinto.

www.stefanogiordanoepartners.it