Ci voleva il Papa per dire apertamente quello che la politica occidentale continua a eludere: il vero problema dell’Intelligenza Artificiale non è la tecnologia, è il potere. La Magnifica Humanitas non è solo un documento pastorale: è soprattutto un atto politico. E questo fatto serve già da solo a misurare la distanza tra chi governa la Chiesa e chi governa gli Stati. Leone XIV lo dice senza giri di parole: i principali motori dello sviluppo tecnologico non sono più gli Stati ma «attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi». Quel potere, prevalentemente privato, è «ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune». Non è il linguaggio di un’omelia – e le conseguenze pratiche che il Papa ne trae sono altrettanto concrete.

Applicando al digitale il principio di sussidiarietà – con implicazioni che un liberale faticherebbe a non condividere – Leone XIV indica che «il livello che assorbe competenze, dati e capacità decisionale è costituito da aziende e piattaforme» che definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità e perfino opportunità economiche. La risposta non è lo statalismo, ma trasparenza e «forme reali di partecipazione»: verifiche indipendenti, accesso equo ai dati, strumenti di ricorso. Sul piano economico scende ancora più nel dettaglio: quando algoritmi e dati incidono su erogazione del credito, selezione del personale, accesso a servizi, le decisioni devono essere «comprensibili, contestabili e sottoposte a controllo, perché la persona non sia ridotta a profilo». È un’agenda di governance, non una circolare vaticana.

Il passaggio forse più acuto riguarda il nesso tra democrazia e verità: qui Leone XIV cita Hannah Arendt per avvertire che il disinteresse per la verità porta verso il totalitarismo, dove i sudditi ideali sono coloro per i quali la distinzione tra fatto e finzione non esiste più. Citare Arendt in un’enciclica è già una notizia. Farlo in un testo sull’IA significa nominare esplicitamente il rischio che le piattaforme digitali rappresentano per le democrazie liberali: un rischio che la politica fatica ancora a guardare in faccia. In Italia, la Legge 132/2025 esiste, ma gli osservatori la descrivono come un esercizio di conformità verso Bruxelles: la clausola di invarianza finanziaria nega alle nuove autorità mezzi aggiuntivi e le domande difficili restano senza risposta. Chi controlla gli algoritmi nella pubblica amministrazione? Chi risponde quando un sistema automatizzato incide su una valutazione medica?

La Rerum Novarum costrinse la politica a misurarsi con una cornice morale che non poteva più ignorare. Leone XIV sta tentando la stessa operazione con l’Intelligenza Artificiale. A chi appartiene la responsabilità di custodire la persona nell’epoca degli algoritmi? Se la risposta più articolata continua a venire da un’istituzione religiosa e non da chi governa, qualcosa non sta funzionando. Cambiarlo è compito della politica, non del Papa.

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Curo AI voglia!, un podcast sull’intelligenza artificiale in collaborazione con Il Riformista. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Dirigo Healthcare Policy rivista sulle politiche della salute e le sue industrie, del gruppo Formiche.