La Magnifica Humanitas di Leone XIV presentata ieri nella Sala del Sinodo è il manifesto più concreto sulle sfide del Pontificato e dell’umanità. Accade non di rado che si immagini l’azione di riflessione teologica e di esercizio del ministero petrino come un’analisi compiuta a ritroso, quando al contrario essa non può che essere protesa in avanti, al passo con i tempi, ma non sottoposta ad essi. Perché è questa la differenza tra la Chiesa e il mondo secolare: la prospettiva. La Chiesa guarda al mondo con l’esperienza bimillenaria di chi non può essere schiacciato dal tempo, ma che nel tempo deve agire rimanendo ancorato a un messaggio, quello evangelico, che non ha un tempo, ma guarda all’epilogo dei tempi.

Una Chiesa che si fa attore e non interprete, e quindi una Chiesa che sceglie di non declinare il proprio ruolo di guida, è una Chiesa forte. Il Papa aveva fatto intuire da subito che la sua Chiesa sarebbe stata forte, avrebbe attraversato la tempesta al timone di quella nave ammiraglia di una flotta cristiana che sembrava destinata ad attendere in balia delle onde una nuova rotta. Leone XIV non gioca sul terreno della politica, non ingaggia duelli effimeri, ma pone questioni che non si esauriscono nella cronaca quotidiana. Ascolta e poi dà voce alle più recondite paure dell’uomo, con la forza di chi è guidato da una luce profonda: quella della fede e dell’amore.

Ma come Leone XIII, ben 135 anni or sono, guardava alle “res novae” che si ponevano nella storia a sfidare l’umanità e dunque la Chiesa, così Leone XIV affronta il tema cruciale del presente e del futuro: il rapporto tra l’umanità e l’IA. È la prima volta che un Sommo Pontefice assiste alla promulgazione della propria enciclica, e questo ci fa comprendere quanto consideri centrale e fondamentale questa sfida per la cristianità e per il magistero della Chiesa. La prima enciclica è un manifesto programmatico, lo snodo intorno al quale verterà il cuore del Pontificato, e qui è chiaro, già dalla potenza del titolo, che il cuore è “l’Umanità”. Perché è osservando le narrazioni dominanti e gli indirizzi del nostro tempo secolare e secolarizzato che ci si rende conto che la vera emergenza è l’uomo nella sua dimensione esistenziale, nel suo concepire sé stesso e il mondo. Ed è qui che l’uomo, spogliato del suo ruolo e privato persino della consapevolezza più umana e autentica – quella del limite e della sua finitezza – naviga in solitudine e in cerca di un fine smarrito, schiacciato e deresponsabilizzato da una tecnica dirompente. Ed è qui che Leone XIV inaugura il suo cantiere, in cui il “nostro costruire deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico”.

Lo stesso Leone XIV ha sottolineato con l’umiltà del vero potere: “Non possediamo risposte tecniche, né cerchiamo di sostituirci a coloro che possiedono competenze. Ma portiamo una saggezza riguardante l’umano di cui il tempo presente ha un disperato bisogno”.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.