Il safari giudiziario
L’inchiesta sul partito socialista spagnolo, dall’elefante bianco Zapatero ai familiari del premier Sanchez: alle toghe d’Europa piace il tintinnio di manette
«Cosa direbbe Silvio?». Il nostro passato premier non rideva dei mali altrui. Quindi è lecito immaginarsi l’amarezza con cui avrebbe vissuto questa ondata di “manos limpias” che sta sconquassando i socialisti spagnoli, certo non i suoi migliori amici a Madrid. Come in Italia, infatti, la magistratura spagnola non ha scrupoli. Ieri, mentre il premier Pedro Sánchez era in visita da Papa Leone XIV, la Guardia Civil si presentava alla sede del Psoe per una perquisizione. La giustizia è cieca.
Quindi non tiene conto della ragion di Stato o del decoro del Paese sul palco internazionale. L’indagine in corso ha come protagonisti l’ex vicepresidente del partito ed ex senatore, Gaspar Zarrías, insieme alla responsabile finanziaria, Ana María Fuentes. Si indaga su pagamenti, coperti dal segreto istruttorio, che sarebbero legati alla Sociedad estatal de participaciones industriales (Sepi), di cui non si conoscono ulteriori dettagli. Le autorità volevano raccogliere documenti su pagamenti in contanti, avvenuti tra il 2017 e il 2024, per la liquidazione di spese di dirigenti e impiegati del partito. Pagamenti simili a quelli percepiti dall’ex ministro dei trasporti, José Luis Ábalos, e del suo consulente, Koldo Garcia, in carcere preventivo e processati nell’ambito del “caso Koldo”, su presunte tangenti legate a forniture di materiale sanitario durante il Covid.
L’intervento di ieri è l’ultimo atto di un’inchiesta che arriva fino alla moglie e al fratello di Sánchez. L’elefante bianco, però, di questo safari giudiziario è l’ex premier e mentore di Sánchez, José Zapatero, accusato di traffici con il Venezuela, quello di Chávez e Maduro, e da cui avrebbe tratto le ricchezze in “stile Bokassa”, esposte sulla pubblica piazza in questi ultimi giorni. Quello spagnolo è un film già visto. In Italia, da Tangentopoli in poi. Ma anche Francia, se ci si ricorda di Sarkozy solo pochi mesi fa. Alle toghe d’Europa piace il tintinnio di manette. A dossier aperti, i magistrati spagnoli parlano di una corruzione generalizzata, che sta «erodendo il sistema democratico di questo Paese».
Parole di Alejandro Luzón, procuratore generale della Fiscalía Anticorrupción, dipartimento che si occupa di criminalità organizzata. Socialisti e popolari si sarebbero spartiti il Paese, a suon di nomine, poltrone assegnate per favorire qualcuno, appalti assegnati per assegnamento diretto a imprese consenzienti. La classe politica ha cercato di difendersi. Ha risvegliato però la reazione di giudici e pubblici ministeri, che si sono detti esposti ad attacchi pubblici personali e a dubbi sulla loro imparzialità.
È il Leviatano giudiziario la vera minaccia per la tenuta dell’unico governo socialista tra le “grandi potenze” d’Europa. La Spagna va controcorrente all’Ue in fatto di economia. Il Pil cresce di due punti percentuali, il doppio dell’Eurozona. Dato da ridimensionare, se visto in termini pro capite, che, come la produttività, viaggia ai livelli italiani. Il problema è che un sistema Paese può navigare in solitaria fino a un certo punto. Senza una guida politica solida, prima o poi va a schiantarsi. Izquierda Unida, componente della coalizione di sinistra Sumar, alleata del Psoe, ha già fatto sapere a Sánchez che c’è una linea rossa. «Vedremo cosa emergerà dalle azioni giudiziarie. Non si possono consentire situazioni di finanziamento illegale», ha detto un portavoce, facendo capire che, sì, bisogna aspettare cosa diranno i giudici, ma il governo ha le ore contate. Tanto più che l’anno prossimo si vota.
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