Parla il neosindaco Simone Venturini, eletto al primo turno con una coalizione di centrodestra allargata al centro. «La mia lista ha intercettato chi non avrebbe votato i partiti. È un modello replicabile». Sui dossier aperti: legge speciale, MOSE, portualità. E sulla terraferma: «Marghera va reindustrializzata, approfittando del reshoring».

Sindaco Venturini, cosa ha vinto davvero? Un progetto, un’idea civica, un modo di intendere la politica sul territorio?
«Secondo me ha pagato un vero atteggiamento programmatico, una coalizione coesa e soprattutto una figura di candidato conosciuta, sostanzialmente sovrapponibile alla città: ero in aderenza alla città, l’ho vissuta, c’ero. E questo sì, ha pagato».

La sua lista personale ha fatto enormemente di più dei partiti. Che segnale è?
«C’è un trend ormai consolidato per cui la lista del sindaco traina in tutte le elezioni. Nel mio caso probabilmente c’è stato anche un fattore di gente che altrimenti non sarebbe andata a votare i partiti e che ha scelto di votare la figura di un candidato più civico. È proprio questo lo scopo delle candidature civiche: intercettare voti che non sono organici a un partito. A livello comunale la gente vota la persona più che l’idea, e la lista civica diventa lo strumento per registrare un apprezzamento alla proposta del candidato».

La sua candidatura era sostenuta non solo dalla coalizione di centrodestra, ma anche dalle cosiddette liste centriste — una parte di quel terzo polo che a livello nazionale non si è mai realizzato, comprese Azione, il Partito Liberaldemocratico. Politicamente, che segnale è?
«È il segnale di un centrodestra che si apre al centro. Un modello che secondo me ha prospettive anche a livello nazionale. È chiaro che il centro non è un’area politica semplice, ha avuto vicissitudini e problematiche. Però credo che sia una bella sfida. Nelle grandi città a maggior ragione bisogna allargare il perimetro della coalizione, andando a pescare in aree che altrimenti non sarebbero presidiate — voti che finirebbero nell’astensione o si disperderebbero in altri rivoli. Sono voti che possono essere molto importanti per il centrodestra, anche in chiave di proposta politica: un’impronta liberale e moderata può far bene a tutta la coalizione».

È evidentemente una scelta di centrodestra che si sposta verso il centro e rinuncia alla tentazione di tenere dentro anche le ali più estreme?
«Si sposta e si allarga. E proprio perché si allarga, potrebbe non aver più bisogno di tenere dentro ali troppo a destra. Peraltro stanno già uscendo autonomamente per confluire in un movimento vannacciano: paradossalmente si sta creando da sé l’opportunità di fare questa operazione di allargamento al centro».

Eredita una città governata per due mandati da Luigi Brugnaro, un sindaco anomalo rispetto alla politica che lo ha sostenuto, molto autonomo. Come legge quell’esperienza?
«È una figura non politica nel senso classico, viene dall’impresa. Ha risanato il bilancio del Comune in un momento di grande crisi, ha salvato sostanzialmente le finanze di Venezia e ha avviato la città verso una stagione di crescita. Lo ha fatto interpretando il suo ruolo in modo non politico ma manageriale, e in quel momento di grossa difficoltà questo ha consentito di dare una risposta importante».

Un’eredità che sente di poter continuare, o i tempi cambiano?
«Io parlo sempre di evoluzione. Un po’ perché non ho la pretesa di avere le sue capacità manageriali e imprenditoriali, un po’ perché mi riconosco una formazione più politica. Terrò fermi i principi di buon governo che hanno contraddistinto gli anni precedenti — in particolare sul bilancio, sugli investimenti, sulla riqualificazione urbana — ma interpreterò altri temi con la mia sensibilità».

Lei ha avuto un’origine politica che è stata anche di centrosinistra. Sarà disponibile a un dialogo particolare con le forze di opposizione?
«Io cerco sempre di tenere un buon rapporto con tutti. Distinguo il piano politico dal piano personale: in politica non attacco mai la persona, al massimo controbatto all’idea. Molti consiglieri di opposizione sono anche amici, sia tra i precedenti che tra quelli della nuova opposizione. Il dialogo ci sarà. L’importante è che sia un dialogo serio e non pretestuoso, perché su questo, va detto, la sinistra veneziana non ha sempre brillato per positività delle proposte».

Parliamo dei dossier aperti. Per una volta lasciando perdere il turismo..
«Ce ne sono almeno tre urgenti. Il rifinanziamento della legge speciale e un suo aggiornamento. La salvaguardia di Venezia, con la manutenzione del MOSE. E la portualità: bisogna sbloccare tutti i temi legati allo scavo dei canali portuali per restituire competitività al porto di Venezia. Ma poi ce ne sono molti altri, e ci sono anche tante opportunità da cogliere. L’allineamento istituzionale tra governo nazionale, Regione e Comune lascia ben sperare: con il presidente della Regione c’è un ottimo rapporto, di amicizia e di affinità generazionale».

E poi c’è il tema della terraferma. Venezia vive un dualismo strutturale: la città storica e quella di terraferma, due pezzi diversi ma interdipendenti.
«Assolutamente sì. La città è ormai un organismo unitario, pur con le sue differenze. La bravura di un sindaco sta nell’avere principi e linee di azione amministrativa generali, uguali per tutti, ma nel saperli declinare poi territorialmente — quartiere per quartiere, non solo macroarea per macroarea. Venezia è una città complessa, che ti obbliga a essere molto puntuale nella declinazione delle azioni amministrative».

Il tema della terraferma ripropone necessariamente quello della riqualificazione di Marghera e delle prospettive industriali dell’intera area.
«La reindustrializzazione di Marghera è uno dei principali obiettivi che mi sono posto, anche approfittando di questa fase di reshoring di alcune produzioni — prima fra tutte quella farmaceutica — che consentirebbe di attrarre nuovi investimenti e nuovi posti di lavoro. Non perderei la dimensione industriale del Paese: se ne discute da tempo, ma l’Italia non può fare a meno della sua industria, e in questa fase di reshoring Venezia si presta».

C’è anche una prospettiva di riqualificazione ambientale, e si parla di nuove vocazioni — il digitale, i data center.
«Sì, i data center. C’è il tema di un diverso impegno di Fincantieri, per portare produzioni a maggior valore aggiunto: quelle attuali generano anche esternalità negative, e il modello di sviluppo produce comunità straniere molto impegnative da gestire, che poi si rivolgono al Comune per sostegno. Fincantieri da un lato e le Officine Aeronavali — oggi Leonardo, a Tessera — possono dare un contributo importante».

Per chiudere: la cosa più urgente. La prima da risolvere
«Una nuova narrazione. Basta con la narrazione della città che muore, della città che affonda: è una narrazione sbagliata, che fa male a Venezia. Bisogna valorizzarne la grande contemporaneità — perché c’è, è nei fatti — e dirlo, e farlo. Tutto questo è funzionale anche ad attrarre nuovi investimenti: se racconti una città che cresce e che è contemporanea, gli investimenti arrivano».