Il palestinismo radicale
A Roma il Pride Judenfrei della vergogna grazie all’empatia suicida: i gay palestinesi fuggono a centinaia ogni anno in Israele (il Paese “genocida”)
Il 26 maggio Keshet Italia ha lanciato con amarezza il comunicato: “Il Roma Pride esclude le persone ebree Lgbtqia+. Non c’è Pride se si escludono le minoranze”. Keshet, l’associazione ebraica Lgbtq+, è stata cacciata dal coordinamento e dal corteo. Il motivo, ormai nemmeno nascosto, è l’essere ebrei, anzi, “Ebrex” come da loro coniato ironicamente. Non è un incidente isolato. Durante i Pride 2025 la Stella di David è diventata bersaglio: insulti, saluti nazisti, gesti di pistola, oggetti lanciati, carri bloccati. Per sfilare bisognava superare il test anti-Israele, altrimenti eri “sionista” ed eri fuori. Keshet chiedeva un carro anche per ragioni di sicurezza dopo aggressioni sistematiche.
Questa esclusione è il frutto avvelenato del mix tra l’empatia suicida teorizzata da Gad Saad e il palestinismo ideologico che ha colonizzato gran parte del movimento arcobaleno italiano. Saad parla di un’empatia non moderata e sana, ma iperattiva e mal indirizzata: quella che lui definisce “empatia suicida”. Si tratta di un eccesso patologico di empatia che, pur di apparire virtuosa e moralmente superiore, spinge una comunità a voltare le spalle alla propria sopravvivenza, anteponendo il segnale di virtù al proprio istinto di autoconservazione, predisponendo alla morte della civiltà. In questo caso, l’empatia suicida si sposa con un palestinismo radicale, che trasforma la causa palestinese in una religione laica intoccabile, anche quando contraddice tutti i valori che il Pride dichiara di difendere.
Tra poche settimane, Tel Aviv ospiterà come ogni anno il Pride più grande e libero del Medio Oriente (7-13 giugno, parata clou il 12). Oltre 250.000 persone sfileranno libere e felici. Israele è l’unico Paese della regione dove un gay può vivere, amare, adottare figli, servire apertamente nell’esercito e manifestare senza rischiare la vita. Divieto assoluto di discriminazione, tutele sul lavoro e nelle scuole, adozioni per coppie dello stesso sesso. Tel Aviv è la capitale mondiale della libertà Lgbt in un deserto di Sharia.
In Italia, invece, la comunità arcobaleno ha scelto Gaza&Co. e lo ha fatto ufficialmente con un comunicato che ricorda il ventennio fascista con le leggi razziali. Questa non è solidarietà, ma il trionfo dell’ideologia sulle vittorie sociali occidentali e sull’istinto di sopravvivenza della comunità Lgbtq+. È il tradimento di chi, per odio verso Israele, si allea con chi considera l’omosessualità un abominio da estirpare o una malattia da curare. A Gaza e in Cisgiordania, sotto Hamas e Autorità Palestinese, il codice penale del 1936 condannerebbe i gay fino a 10 anni di carcere. Ma nella pratica si traduce in torture, impiccagioni, esecuzioni sommarie e “delitti d’onore”. Hamas ha fucilato persino un suo comandante (Mahmoud Ishtiwi, 2016) per omosessualità. Il 93% dei palestinesi rifiuta l’omosessualità (Pew Research). I gay palestinesi fuggono a centinaia ogni anno in Israele (il Paese “genocida”) per salvarsi la pelle.
Le uniche organizzazioni Lgbt palestinesi (Al Qaws e Aswat) operano da Israele perché lì è impossibile sopravvivere. A Beirut, sotto Hezbollah, l’articolo 534 punisce i “rapporti contro natura”, e Hassan Nasrallah promise di combattere questa perversione anche con la pena di morte, come la Sharia prevede già in Iran, Arabia Saudita, Yemen e Qatar. Eppure in Italia si grida “Queers for Palestine” e si caccia chi osa essere ebreo e gay. Come dicono gli anglosassoni: “Chickens for KFC”, polli che marciano per la catena di chi li frigge. Quello che si vuole far passare per “critica a Netanyahu” è in realtà un’alleanza oggettiva con regimi omofobi e misogini. È la deriva oscurantista di una comunità che, per ideologia, volta le spalle alla propria libertà.
La domanda che faccio spesso ai miei amici è semplice: se domani Hamas, Hezbollah o la Sharia continuassero a dettare legge in quei Paesi, a quale Pride vorreste partecipare? A quello di Tel Aviv, con 250.000 persone libere, o a quello di Gaza, dove l’unico arcobaleno è quello che forse vedi prima di essere gettato dal tetto per la “roof therapy”? L’esclusione dal Roma Pride della comunità ebraica Lgbtq+ è purtroppo già la triste e vergognosa risposta. È il suicidio della civiltà e delle sue conquiste in nome dell’empatia suicida e del palestinismo. Gad Saad ha ragione: stiamo morendo per essere gentili e per essere stati infettati da ideologie parassitarie. E il Pride italiano ha appena dimostrato, ancora una volta, quanto abbia ragione.
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