Quel fermo immagine del cancelliere tedesco Friedrich Merz che resta immobile, quasi paralizzato, davanti all’ennesima invettiva antispagnola di Donald Trump – «stop ai commerci con loro, non ci hanno dato le basi» – dice molto più di tanti vertici diplomatici sulla condizione politica dell’Europa. È la strategia dell’opossum: fingersi morti davanti al predatore. Ed è francamente insopportabile se pensiamo che stiamo parlando del continente che, più di ogni altro, ha costruito nel dopoguerra un sistema politico fondato su diritti, libertà e democrazia. Accanto a quella scena ce n’è un’altra, meno plateale ma altrettanto significativa: il silenzio della premier italiana Giorgia Meloni mentre Emmanuel Macron insiste sull’idea di un possibile ombrello nucleare europeo capace di emancipare – almeno in parte – il continente dalla dipendenza strategica dagli Stati Uniti. Sono due frammenti della stessa gigantografia: l’Europa che esita. Un continente che continua a comportarsi come una somma di governi nazionali invece che come una potenza politica.

È facile prendersela con il triumvirato del disordine globale formato da Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping. Il primo governa gli Stati Uniti con una miscela di unilateralismo aggressivo e opportunismo economico; il secondo persegue una strategia revisionista che destabilizza l’ordine europeo; il terzo consolida un modello di potenza autoritaria che sfida apertamente l’Occidente. Eppure questo triumvirato, paradossalmente, possiede almeno una qualità: non nasconde le proprie intenzioni. Trump attacca frontalmente le istituzioni multilaterali, minaccia gli alleati e tratta la politica estera come una negoziazione permanente; Putin gioca apertamente la carta della forza; Xi costruisce con pazienza una nuova architettura geopolitica asiatica.

La questione dell’Europa non è che questi leader esistano. Semmai il problema è che l’Europa continua a comportarsi come se ogni volta fosse colta di sorpresa.

Trump, in fondo, è lo stesso di ieri. È il presidente che denigra le organizzazioni internazionali, che cestina trattati come se fossero contratti revocabili, che usa i conflitti globali come leva economica per gli interessi del suo ambiente politico e imprenditoriale. Ed è lo stesso leader che restringe libertà civili nel proprio paese mentre continua a rivendicare il ruolo di esportatore universale di democrazia. Nulla di tutto questo dovrebbe cogliere impreparati i governi europei. E invece la risposta del continente continua a oscillare tra l’ondivago e l’irrilevante, talvolta persino tra il grottesco e l’imbarazzante. Leader europei che, uno dopo l’altro, volano a Washington in una sorta di udienza imperiale, sperando di tornare – quando va bene – con qualche frattaglia di legittimazione politica. La scena più emblematica resta quella della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che, sulla questione dei dazi, si ritrova a trattare con Trump sul campo da golf del tycoon; non alla Casa Bianca, ma sul prato di uno dei suoi resort. Un’immagine che difficilmente rende giustizia al maggiore partner commerciale degli Stati Uniti.

La responsabilità, però, non è solo di Bruxelles ma si distribuisce lungo tutte le cancellerie europee. Recentemente Keir Starmer, che ha osato criticare la politica americana sull’Iran, è diventato in poche ore un bersaglio politico; ma ricordiamoci tempo fa il segretario generale della NATO Mark Rutte mortificato platealmente nei re-post di Trump di sms riservati. E lo stesso Friedrich Merz, nel momento in cui avrebbe potuto reagire, ha scelto la via dell’imbarazzo silenzioso.

Sono tutti pavidi? Probabilmente no. Nel mezzo di questo scenario di esitazioni una voce diversa si è fatta sentire. Un approccio discutibile su molti piani, certo, ma difficilmente contestabile sul terreno della postura politica.

Mi riferisco al premier spagnolo Pedro Sánchez, il quale, di fronte alle pressioni americane e alla nuova escalation in Medio Oriente, ha scelto una linea di dignità politica: autonomia senza antiamericanismo, difesa del diritto internazionale senza ambiguità diplomatiche.

«Non saremo complici di qualcosa di pessimo per il mondo semplicemente per paura delle rappresaglie di qualcuno», ha dichiarato, evocando il precedente della guerra in Iraq e denunciando il rischio di giocare «alla roulette russa con il futuro di milioni di persone».

Il premier spagnolo non ha mostrato alcuna simpatia per il regime iraniano – «ripudiamo il regime degli ayatollah» – ma ha rifiutato l’idea che la guerra diventi l’unica grammatica della politica internazionale. «La questione non è se stiamo dalla parte degli ayatollah; nessuno lo è. La questione è se stiamo dalla parte della pace e del diritto internazionale». E soprattutto ha lanciato un messaggio implicito agli altri governi europei: «Seguire servilmente non è un modo per guidare». Un sussulto di autorevolezza che, almeno per un momento, scompagina il torpore delle altre leadership europee e riporta il dibattito su una riflessione più ampia. È la stessa avanzata negli ultimi mesi da Mario Draghi. L’ex presidente della Banca centrale europea ha più volte avvertito che l’Unione, così com’è strutturata oggi, rischia di restare una potenza economica priva di potere politico. Un sistema di Stati che mantengono il diritto di veto su quasi tutto e che, proprio per questo, finiscono per essere trattati uno per uno dalle grandi potenze globali.

La direzione, invece, dovrebbe essere ormai evidente: più integrazione nelle politiche industriali, una difesa comune europea, una capacità decisionale che permetta all’Unione di agire come vero soggetto geopolitico. Non si tratta di rompere l’alleanza con Washington – che resta fondamentale – ma di evitare che l’Europa continui a vivere di riflesso dentro le scelte degli altri; che venga informata, quando va bene, a decisioni già prese. In fondo il principio è stato espresso con brutalità quasi pedagogica anche dal premier canadese Mark Carney: «If you’re not at the table, you’re on the menu». Se non sei seduto al tavolo, sei nel menu.

È un monito che dovrebbe suonare familiare anche a Roma.  Chissà se Giorgia Meloni se l’è scritto nel suo diario. 

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"l’occhio vede, la mente ordina, ma è il discernimento a stabilire il senso"