I palazzi della politica interrogano le tre carte. Non il vecchio gioco di strada, ma tre scenari di calendario che agitano maggioranza e opposizioni.

Politiche 2027, tre scenari per il voto

La prima ipotesi è quella delle elezioni anticipate: la crescita rallenta, i costi dell’energia mordono, la crisi economica incombe e qualcuno già immagina un governo tecnico incaricato di togliere le castagne dal fuoco alla coalizione di centrodestra, consentendole poi di ripresentarsi agli elettori in stato quasi virginale. La seconda opzione sposterebbe il voto alla primavera del 2027, magari a fine maggio. Un anno esatto per tentare di rimettere ordine nei conti pubblici e, soprattutto, in quelli privati degli italiani. Un’idea che, nei corridoi della maggioranza, viene attribuita a Matteo Salvini.

Poi c’è la terza carta. Si votò nel settembre del 2022? E allora si potrebbe tornare alle urne nel settembre del 2027. Tempo utile per sterilizzare il “fenomeno Vannacci”, contenerne l’impatto politico e magari consentire a Lega e Forza Italia di risolvere tensioni interne e guerre di posizionamento. Sempre che, nel frattempo, si riesca anche a rimettere in carreggiata l’economia. A certificare il nervosismo è Matteo Renzi, che dal Festival dell’Economia di Trento affonda il colpo contro Salvini: «Sa che ogni giorno che passa la Lega perde consenso. Una parte va verso Vannacci e un’altra, paradossalmente, è così delusa da votare centrosinistra. Per questo ha esigenza di andare al voto». Poi l’ex premier colpisce anche Giorgia Meloni sul record della pressione fiscale: «Quando ero al governo mi fracassava i padiglioni auricolari dicendo che avrebbe fissato il tetto al 40 per cento». Ma Renzi non risparmia neppure il centrosinistra: «Il campo largo Pd-M5S-Avs fa il 40 per cento ma così non vince. Matematicamente senza di noi non si vince». E rivendica per Italia Viva il ruolo di garanzia «per il mondo dell’impresa, della produzione e riformista», assicurando che senza di loro «arriverebbero nuove tasse».

Tra i centristi, Carlo Calenda, intervistato su La7, non scioglie la riserva sullo schieramento che appoggerebbe, ma lo fa capire. «Da questo bipolarismo al momento non si esce», constata. Qualora si materializzasse lo scenario peggiore ipotizzato dalla Commissione Ue, con un prolungamento della guerra in Iran e il mantenimento della chiusura di Hormuz, le stime prevedono una crescita del Pil nell’Unione europea pari allo 0,7 per cento, in calo di 0,4 punti rispetto allo scenario base che prevede una crescita dell’1,1 per cento. Dopo il taglio delle stime di crescita europee, il calendario politico è tornato improvvisamente centrale. E Forza Italia, pragmatica, riporta il confronto sul terreno economico. La capogruppo al Senato Stefania Craxi parla di un problema strutturale europeo: «Non bastano risposte emergenziali. Serve un nuovo patto europeo per la crescita». Craxi sottolinea come l’Europa rischi «un declino silenzioso, con conti formalmente in ordine ma società più povere», chiedendo una politica industriale vera e strumenti di flessibilità per affrontare l’emergenza energetica.

Bisognerebbe davvero occuparsi concretamente di ripresa, in questo Paese. E invece, ogni volta che si prova a mettere in agenda questioni reali, arrivano i fumogeni della politica. Stavolta è il caso della Flotilla, soggetto che per sua natura vive di provocazione e confusione. Israele finisce sotto accusa per le immagini dell’intervento sopra le righe di Itamar Ben-Gvir contro gli attivisti pro-Pal trattenuti. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani parla di «linea rossa superata». E le opposizioni si precipitano all’attacco. Il senatore dem Michele Fina accusa: «La linea rossa è stata superata da tempo: 75mila morti, Gaza distrutta, nuove colonie». Poi l’affondo: «La destra italiana cerca di fare di Ben Gvir un capro espiatorio per occultare la responsabilità politica di Netanyahu e di un governo tecnicamente criminale». D’altronde lo diceva bene Tristano Codignola: la politica estera serve soprattutto alla politica interna. E lo sa bene la premier, d’altronde, che ha da poco salutato Narendra Modi e già le tocca riconvocare gli staff diplomatici a Palazzo Chigi. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha infatti chiesto un incontro con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nell’ambito della sua visita a Roma e in Vaticano, prevista il 27 maggio, per incontrare Papa Leone XIV.

La nuova legge elettorale

Da Palazzo Chigi sarebbe già arrivata una disponibilità di massima. Ora gli sherpa lavorano sulle agende. Sullo sfondo, la legge elettorale: Meloni vuole dare un segnale chiaro, far approvare almeno dalla Camera la nuova formula entro l’estate. Se non ci saranno le preferenze, i leader faranno le liste sotto all’ombrellone.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.