Interviste
Un’Italia più forte in Europa e nei mercati globali, Craxi: “Investiamo in competitività e sicurezza. Rafforzare rapporti con la Libia è essenziale”
Il ruolo del nostro Paese di fianco sud della Nato, sovranità digitale, produttività, attrazione di capitali e stabilità normativa. Stefania Craxi delinea una strategia in cui politica estera e politica economica diventano parte della stessa sfida competitiva
«Alleati senza tentennamenti ma anche senza subalternità»: Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato ed ex presidente della Commissione Esteri di Palazzo Madama, disegna una visione che tiene insieme autonomia europea, legame transatlantico e centralità italiana nei nuovi equilibri geopolitici. Dal Mediterraneo alla Libia, dalla guerra in Ucraina alla sovranità digitale, fino alle priorità economiche dell’ultimo anno di legislatura, emerge una strategia che punta su stabilità, competitività e posizionamento internazionale.
Senatrice, in una fase di forte instabilità, come può l’Europa rafforzare la propria capacità di difesa senza trasformare l’autonomia strategica in un indebolimento del legame euro-atlantico?
«L’autonomia strategica è un tema cruciale, spesso utilizzato dai nostri competitor come leva per indebolire il legame euro-atlantico. Ma l’Europa può e deve rafforzare le proprie capacità di difesa senza che questo significhi indebolire la NATO. La complementarità resta il principio guida. E per giocare un ruolo, dentro e fuori l’Alleanza, servono due condizioni: una politica estera comune credibile e la capacità di sviluppare da subito sinergie possibili sul piano militare e industriale. Sono i primi passi concreti e necessari per costruire un’Europa più forte, più responsabile e più capace di incidere negli equilibri globali».
Lei è un’attenta osservatrice del fianco Sud della Nato e ha più volte ricordato l’importanza di questo fronte per vari motivi. Secondo lei l’Italia sta facendo abbastanza per consolidare questa prospettiva?
«L’Italia ha posto con forza il tema e continua a farlo perché non si tratta di un interesse particolare, ma di un pilastro della sicurezza internazionale. Un elemento spesso sottovalutato è che il fianco Sud non è solo un tema geografico, ma un crocevia di dinamiche globali che riguarda rotte energetiche, sicurezza alimentare, migrazioni, competizione tecnologica. L’Italia ha compreso che questi dossier sono interconnessi e che la Nato deve affrontarli con un approccio integrato, capace di combinare deterrenza, cooperazione e capacità di prevenzione. È un’intuizione che abbiamo ribadito con coerenza anche nella nuova strategia per il Mediterraneo e che è stata recepita nell’ultimo concetto strategico dell’alleanza. E, proprio per dare corpo a questa idea di sicurezza integrata, siamo impegnati in quest’area non solo attraverso la presenza militare e le missioni di sicurezza marittima, ma anche con un lavoro politico e diplomatico costante, che punta a rafforzare la resilienza dei partner regionali, a contrastare le interferenze esterne e a sostenere lo sviluppo economico e istituzionale dei Paesi della sponda sud».
Il vertice con il Primo ministro del governo di unità nazionale libico è stato funzionale in questo senso?
«Sì, assolutamente. Anche perché la Libia non è solo il “cortile” dell’Italia, ma dell’Europa e della stessa Alleanza atlantica. Rafforzare questo dialogo significa consolidare la sicurezza sul fianco Sud e, allo stesso tempo, irrobustire in una fase di forte instabilità il rapporto con un partner energetico di primo livello. È un tassello essenziale di un puzzle che unisce sicurezza, diplomazia e interesse nazionale».
Alla luce di tutti gli accadimenti delle ultime settimane che hanno caratterizzato l’evoluzione del rapporto Italia-Usa, in ultimo la visita di Rubio a Roma, pensa che sia opportuno un “aggiornamento” della postura italiana nei confronti del suo più importante alleato?
«Il rapporto atlantico non richiede alcun aggiornamento e resta per l’Italia e per l’Unione europea un pilastro ineludibile. Presidenti e toni possono cambiare, possono emergere divergenze o dossier complessi, ma nulla scalfisce la solidità del legame tra le due sponde. Insieme siamo più forti e separati più fragili, anche sul piano economico e commerciale. E poi i rapporti si consolidano nella chiarezza e nel rispetto reciproco. Per me non cambia nulla: alleati senza tentennamenti ma anche senza subalternità resta la formula che deve guidare questo rapporto ieri, oggi e domani».
Sabato scorso si è celebrata la Festa dell’Europa, purtroppo anche quest’anno macchiata dal conflitto in Ucraina. A suo giudizio l’Europa ha dimostrato compattezza strategica o sono emerse fragilità politiche che rischiano di pesare anche nel medio periodo?
«Sul dossier ucraino l’Europa ha reagito in modo forte e compatto, un risultato tutt’altro che scontato che conferma quanto una voce unica in politica estera e di sicurezza possa incidere sul piano globale. Non sorprende che, dopo anni di conflitto, anche la Russia riconosca oggi la necessità di confrontarsi con l’UE per una possibile soluzione. Ma ogni spiraglio di pace va colto con prudenza, perché le aperture di Putin, inclusa l’irrituale scelta di un mediatore, vanno misurate sui fatti. Spesso nella politica internazionale la retorica può rispondere a esigenze contingenti più che a una reale volontà di de-escalation e di pace».
C’è un tema europeo molto delicato, in bilico tra sicurezza, strategia e mercato: la sovranità digitale. Da un lato imprescindibile per motivi geopolitici, dall’altro rischiosa per un mercato dalla dimensione chiaramente globale. Secondo lei quale potrebbe essere il punto di equilibrio?
«“In medio stat virtus”! L’Europa deve tenere insieme sicurezza e apertura. La sovranità digitale è un tema geopolitico che riguarda infrastrutture critiche, dati e autonomia in settori strategici come cloud, semiconduttori e IA, ma l’Europa vive in un mercato globale e chiudersi, in questo contesto, con i nostri ritardi, significherebbe perdere competitività. La risposta è una sovranità europea “aperta”. Serve sviluppare capacità europee nei nodi strategici, standard comuni, filiere resilienti, scelta dei partner in base alle nostre alleanze naturali, senza protezionismo né isolamento, condividendo magari con i nostri partner naturali e strategici un orizzonte comune. Solo così possiamo coniugare sicurezza e crescita».
Entriamo in un anno delicato, l’ultimo di legislatura: quali sono le priorità del suo partito all’interno della coalizione?
«Vogliamo dare risposte concrete all’Italia che lavora e produce, essere i loro interlocutori e la loro voce. Le priorità saranno provvedimenti che sostengono crescita e sviluppo, che incentivino produttività, investimenti, innovazione e la competitività del sistema-Italia. Dobbiamo poi rafforzare il potere d’acquisto delle famiglie, sostenere chi crea lavoro e mettere le aziende nelle condizioni di crescere, esportare e assumere».
Forza Italia è un partito che ha sempre rappresentato un interlocutore istituzionale per il mondo delle imprese. Quali politiche servono per rendere i nostri mercati e le nostre filiere più attrattive per gli investimenti?
«Stabilità politica e normativa, tempi certi e un quadro regolatorio prevedibile sono il primo fattore di attrazione per chi investe. A questo va affiancata una fiscalità che incentivi innovazione, tecnologie e crescita delle filiere, rendendo strutturali strumenti come iperammortamento e sgravi per chi sceglie di investire in Italia. Dobbiamo attrarre risorse e al contempo favorire una movimentazione della ricchezza privata. Serve poi un salto di qualità sulle infrastrutture materiali e digitali, un migliore accesso al capitale per le imprese che vogliono crescere e favorire un ecosistema in cui università, ricerca e industria collaborano in modo stabile. Infine, una pubblica amministrazione efficiente, con procedure snelle e sportelli unici realmente operativi, sulla scia del lavoro che sta portando avanti il Ministro Zangrillo. È su questi pilastri che si costruisce un Paese capace di attrarre investimenti e generare sviluppo».
Dal mondo delle imprese spesso parte una richiesta al decisore, sintetizzabile in “meno regole, più mercato”. Secondo lei come è declinabile questa necessità nel nostro sistema?
«Oggi, molte aziende ci chiedono di essere protette da una competizione selvaggia e la stessa richiesta di “meno regole e più mercato” va riletta dentro una fase storica in cui il mercato non è più neutrale né privo di condizionamenti geopolitici. Questo significa costruire un quadro legislativo più snello, eliminare la stratificazione di norme come sta facendo il Ministro Casellati, orientare la legislazione in funzione della competitività, con poche regole chiare e applicate con rigore, capaci di garantire trasparenza, parità di condizioni e tutela delle filiere nei settori più esposti. Allo stesso tempo occorre però rafforzare gli strumenti di difesa, perché per difendere il mercato così come noi lo vogliamo serve sottrarlo da pratiche scorrette e lasciarlo libero di creare valore per tutti».
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