La lettera
La riforma elettorale non serve alla politica, ma all’Italia
Carissimo Direttore de Il Riformista,
Ho particolarmente apprezzato l’analisi dell’amico Pasquale Ferraro sul tema del ritorno alle preferenze, ed ho sentito il bisogno, in qualità di amministratore locale, di intervenire. In gioco infatti c’è molto di più di una riforma elettorale, che, come tante, avrà i suoi punti di forza e di debolezza a seconda dei punti di vista, qui si tratta infatti di ricostruire un rapporto tra eletti ed elettori, e rispondere dal basso ad una crisi senza precedenti della rappresentanza politica. Capiamoci la crisi della rappresentanza in Italia non è solo legata al rapporto eletto e territorio, ma si inserisci in una ben più ampia crisi della classe dirigente pubblica e privata nel Bel Paese. Va da sé, che da solo, il ritorno alle preferenze non sarà sufficiente a ristabilire i normali equilibri tra parlamentari e territori ma costituirà un primo ed importante tassello di ricostruzione di quella fiducia tra eletti ed elettori che è alla base delle democrazie rappresentative.
Ma come anticipavo il ritorno alle preferenze deve essere accompagnato da una nuova stagione che riporti i partiti a riscoprire quella centralità sui territori come luogo privilegiato di ascolto e di crescita dei giovani, in altre parole recuperare quelle forze centrifughe che da Roma si irradiano sui territori e li rendono presidi insostituibili in ogni provincia, città o comune. Oggi ricopro la carica di amministratore locale, di una grande città si, ma a prescindere dalle dimensioni i consigli comunali rappresentano quell’ente di prossimità dove il legame con l’elettore continua ad essere fondamentale, ma non basta, perché i cittadini hanno il bisogno di sentire forte il collegamento con il governo centrale, quello che fa le leggi. Ed è qui che il ruolo dei parlamentari diventa straordinariamente importante per collegare le periferie al centro e viceversa, nutrendo ed abbeverando la propria azione politica a partire dalle istanze dei territori, in un paese come l’Italia dove per cultura, geografia e orografia le province, i comuni ed i campanili rimangono capisaldi insostituibili. È nelle province italiane che si radica la nostra cultura da quella delle nostre campagne, alla millenaria storia dei nostri comuni, territori che raccontano storie, che testimoniano vissuti e che custodiscono dialetti e tradizioni; in altri termini veri e propri scrigni di bellezza, storia e umanità. Ed è qui che al pari del ritorno alle preferenze occorrerà valutare collegi pienamente rappresentativi dei territori, delle loro peculiarità ed i cui eletti si facciano realmente portatori delle loro istanze.
Tutto bellissimo, ma rimane un tema, quello della selezione della classe dirigente, del mettersi a riparo da sistemi collusi e da forme di “assistenzialismo interessato” spesso anticamera di una certa cultura del malaffare. E questa è proprio una delle critiche che si attribuisce all’uso delle preferenze, ed allora cosa dire dei tantissimi consiglieri comunali e regionali che lavorano con serietà e zelo? Qui il problema non è nella preferenza in sé, se mai nella scelta dei candidati da parte delle segreterie di partito, ecco che preferenza e partiti solidi con una seria selezione e crescita della propria classe dirigente possono da un lato cementare il rapporto eletto ed elettori, dall’altro garantire qualità, trasparenza e serietà. Tutto questo non serve alla politica serve all’Italia.
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