La legge elettorale continua a far discutere. Cronisti, politici ed esperti di sistemi di voto si pongono le stesse domande: ci saranno le preferenze? E, qualora venissero introdotte, in che modo verranno valutate? E ancora: il premio di maggioranza, criticato a destra e a sinistra, darebbe forza ai partiti con più consensi alle urne? Alcune indiscrezioni lasciano intendere che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, potrebbe proporre un emendamento per introdurre le preferenze al fine di incassare il sostegno degli italiani. Non è escluso, d’altra parte, che questo emendamento si possa arenare al Senato, dove il voto è segreto. Certo è che il polo progressista, che sta cercando di mettersi in piedi puntando su Forza Italia come elemento di punta, non gradirebbe il premio di maggioranza, pena l’esclusione dal Parlamento. Aspettando che tra i corridoi del Transatlantico si trovi un accordo, Roberto D’Alimonte, professore esperto di sistemi di voto, sarà audito dalla Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati.

Professore, cosa non funziona dell’attuale legge elettorale?
«I punti critici sono due: il premio di maggioranza e il meccanismo del ballottaggio. Sul primo, il problema non è tanto che sia “eccessivo”, ma che è “rischioso”. Essendo fissato in cifra e non in percentuale, può portare, in certe condizioni, chi vince vicino al 60% dei seggi. È una soglia delicata, perché incide su organi di garanzia come la Corte costituzionale. Questo è il nodo che si presenterà già alle prossime elezioni».

E il ballottaggio che criticità presenta?
«È un problema più teorico nell’immediato, ma serio nel medio periodo. Si rischia di andare al secondo turno senza garantire poi una maggioranza chiara. In sostanza si chiede agli elettori di votare di nuovo senza risolvere il tema della governabilità. Inoltre un meccanismo così può incentivare la nascita di terze forze, che non puntano a vincere ma a diventare decisive dopo, spingendo il sistema verso maggiore frammentazione».

Come si combattono allora ingovernabilità e governi di larghe intese?
«La stabilità è la condizione necessaria. Senza stabilità non c’è responsabilità politica. Governi che durano pochi mesi non possono essere giudicati davvero dagli elettori né incidere sulle politiche pubbliche. Servono sistemi che favoriscano maggioranze solide e permettano agli esecutivi di durare un’intera legislatura».

È comprensibile non dare troppo potere a una coalizione, ma come si trova l’equilibrio?
«È il nodo centrale: evitare sia concentrazioni eccessive di potere sia l’instabilità cronica. L’attuale impianto rischia di oscillare tra questi due estremi: maggioranze molto forti da un lato e dall’altro nessuna maggioranza chiara. Serve un punto di equilibrio più coerente».

Che ruolo hanno le preferenze in questo quadro?
«Sono il tema più sensibile. Si parla di un possibile emendamento voluto da Giorgia Meloni per reintrodurle, anche perché è difficile oggi presentarsi agli elettori eliminando del tutto la scelta sui candidati. Tuttavia le segreterie di partito non le vogliono, perché riducono il controllo sugli eletti. E alla Camera gli emendamenti si votano a scrutinio segreto: questo apre alla possibilità concreta che l’emendamento venga presentato ma poi bocciato. Uno scenario tutt’altro che improbabile».

Quindi qual è la legge elettorale che meglio si adatta al nostro sistema?
«In questa fase storica, un sistema disproporzionale. L’Italia ha bisogno di meccanismi che producano maggioranze chiare e governi stabili. Il proporzionale puro oggi rischierebbe di aumentare la frammentazione. La riforma può essere corretta nei dettagli, ma la direzione – quella della stabilità – è necessaria».

Quindi le preferenze rischiano di restare fuori?
«Non è affatto scontato che entrino. Il voto segreto può ribaltare gli equilibri e sarà decisivo. È lì che si vedrà la reale volontà dei partiti, al di là delle dichiarazioni pubbliche».