"Ma oggi che cos’è la destra e cos’è la sinistra?"
Meloni, il patto con Zelensky agita i filorussi di destra e sinistra: da Vannacci e Di Battista, le pressioni per sottrarre peso agli aiuti all’Ucraina
Sabino Cassese suggerisce una riflessione, comparendo in tv di primo mattino: «Ma oggi che cos’è la destra e cos’è la sinistra?». Non vuole scomodare Gaber, il giurista. Ma promuovere una riflessione sulla divisione politica di oggi, che non è certo più quella di ieri. Non più incentrata sullo scontro sociale ma su quello tra civiltà. C’è una potenziale coalizione europeista, riformatrice, liberale, saldamente al centro in Italia, Germania, Francia. Che pesa potenzialmente tra il 20 e il 40% e, auspice Arcore, è tornata a imporsi nell’agenda del 2027. E poi ci sono due ali che andando verso le estreme scoprono sempre più il fianco verso posizioni scivolose. Filorusse.
Due ali che tornano a farsi sentire ogni volta che Zelensky incontra Meloni. A Palazzo Chigi, Giorgia Meloni tiene il punto: sostegno pieno a Kyiv, adesione europea dell’Ucraina come obiettivo politico e cooperazione industriale nel settore della difesa. Volodymyr Zelensky ha ringraziato Roma per il supporto, rilanciando il dossier sicurezza. «Abbiamo bisogno assolutamente di sistemi aggiuntivi di contraerea. Per noi sono vitali», ha detto il presidente ucraino, spiegando che Italia e Ucraina possono «lavorare insieme per la produzione di questi sistemi». Zelensky ha poi insistito sulla cooperazione tecnologica. «L’Ucraina ha sviluppato un formato speciale di accordo sulla sicurezza, il formato Drone Deal», fondato su droni, missili, guerra elettronica e scambio dati. «È importante che ci sia interesse da parte dell’Italia per questo formato di cooperazione». Kyiv non chiede solo aiuti. Guarda al futuro, alla ricostruzione: parla di partnership industriali e strategiche. «Abbiamo parlato della necessità di sbloccare il pacchetto europeo da 90 miliardi di euro. Questa decisione è necessaria», dirà Zelensky lasciando Palazzo Chigi. E ringraziando apertamente Roma per il sostegno politico.
La scelta di Meloni è chiara. Ma i tavoli su cui giocare sono diversi. C’è il Medio Oriente. Zelensky ha ricordato che la guerra tra Iran e Israele produce effetti globali e impone una risposta comune: «Ora tutti noi in Europa dovremo coordinarci in modo particolarmente concreto per proteggere i nostri interessi e il nostro stile di vita». Ma come ogni volta che Zelensky arriva in Italia, il fronte interno si agita. Da un lato chi accusa Meloni di non fare abbastanza per l’Ucraina. Dall’altro chi, nella maggioranza e nelle opposizioni populiste, spinge per un allentamento della linea atlantica. Stavolta però il clima è diverso. Le tensioni con Donald Trump forniscono nuovi alibi. Una parte trasversale nei due schieramenti prova a sfruttare le frizioni con Washington per riaprire il dossier Mosca: meno sanzioni, più dialogo, magari in nome del realismo energetico.
Il vecchio riflesso del gas russo riaffiora appena si intravede una crepa nell’alleanza occidentale. Il Movimento 5 Stelle insiste sulla linea del disimpegno: stop alle forniture militari, negoziato immediato con Vladimir Putin, neutralismo venduto come pragmatismo. I gruppi pentastellati di Camera e Senato confondono deterrenza ed escalation, resa e pace. Una narrativa che torna utile al Cremlino molto più che all’Europa. Il nodo politico è tutto qui. Vuol vederci chiaro Enrico Borghi di Italia Viva, che denuncia le ambiguità nella maggioranza: il no all’uso degli asset russi congelati per i danni di guerra, la riapertura di canali giudiziari con Mosca, il ritorno degli atleti russi alle Paralimpiadi italiane. Segnali diversi, ma convergenti: tentare di normalizzare ciò che normale non è. Anche per provare ad assorbire una doppia pressione: quella di Roberto Vannacci da un lato e di Alessandro Di Battista dall’altro.
Ieri Futuro Nazionale ha denunciato la Rai, che di loro parla poco. «Futuro Nazionale è nato da poco, ma oltre a contare su un eurodeputato e tre deputati nazionali, può contare su centinaia di iscritti tra amministratori locali, sindaci e consiglieri regionali, ma soprattutto su circa 26.000 iscritti, con un incremento quotidiano di 500 persone al giorno». E Di Battista? Il suo movimento “Schierarsi” diventerà una lista per le politiche 2027? Le prime indiscrezioni dicono di sì, il frequente invito televisivo per gli esponenti “dibattistiani” è un ulteriore indizio. Vannacci e Di Battista non si attaccano mai tra loro. Tutti e due con l’intento di sottrarre peso agli aiuti all’Ucraina e tornare ad acquistare gas russo a profusione. Il primo da destra e il secondo da sinistra. Se solo destra e sinistra potessero essere definite, nel contesto di oggi.
© Riproduzione riservata







