I conflitti che negli ultimi anni stanno ridisegnando gli equilibri internazionali esercitano un impatto dirompente anche sull’ecosistema economico, istituzionale e professionale del nostro Paese. Siamo ormai profondamente immersi in una condizione di emergenza permanente, fino a raggiungere quasi l’assuefazione. Per questo, spesso non ci accorgiamo di quanto siano radicali alcune trasformazioni che stanno rimodellando la nostra quotidianità. Coloro che in Italia si occupano di relazioni istituzionali e che esercitano l’attività del lobbista si sono trovati a ricalibrare la propria vocazione e funzione, acquisendo strumenti peculiari di un analista del rischio geopolitico.

Le categorie per affrontare i temi nevralgici si stanno sintonizzando su nuove frequenze, ribaltando certezze e dottrine che sembravano acclarate e cristallizzate. Fino a pochi mesi fa, la transizione energetica rappresentava un dogma, la nuova frontiera delle logiche industriali, con il “Green Deal” che aveva egemonizzato il dibattito. La corsa verso le tecnologie green aveva però già rallentato a causa della carenza di terre rare. La dipendenza da pochi mercati e i costi ambientali dell’estrazione rischiano di compromettere l’efficacia della transizione.

L’attacco all’Iran e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz hanno poi riportato l’attenzione sulla sicurezza degli approvvigionamenti. I professionisti delle grandi utility non chiedono più solo incentivi per il green, ma “tavoli di crisi” permanenti per gestire l’impennata del gas e del Brent. Le difficoltà hanno mobilitato i distretti industriali italiani, con le principali associazioni di categoria che stimano perdite enormi. In questo scenario, il ruolo del lobbista sta assumendo una vocazione più di tipo “difensivo”. Gli assetti globali mutano continuamente a ritmi forsennati, e così i professionisti delle relazioni istituzionali devono organizzarsi per studiare dossier sino a quel momento inediti. Oggi questo genere di professione è quindi un po’ meno legata al network di rapporti e più “di intelligence”, una sorta di presidio strategico capace di intercettare i cambiamenti che stanno incubando a distanze siderali, ma che in breve finiranno per ridefinire le nostre abitudini.

Dentro questa congiuntura in cui regna l’incertezza non si può che auspicare stabilità nella dimensione nazionale. Troppe volte capovolgimenti subiti senza orizzonte strategico si sono scaricati sulla credibilità della nostra classe politica, acuendo lo scollamento con i cittadini poiché l’instabilità intimorisce e allontana. Allo stesso tempo, un sano pragmatismo deve orientare le scelte in materia di energia, che oggi si colloca come la priorità con cui misurarsi. È necessario che tutti abbandonino posture ideologiche e rendite di posizione. Dobbiamo superare la sbornia “green”, tracciando un percorso che ci consenta di sviluppare il nucleare. Senza però rinunciare alle rinnovabili. Il mix energetico rappresenta l’opzione che può garantire, finalmente, all’Italia una vera autonomia. Sarebbe una conquista epocale che, come tutti i processi di avanzamento, si costruisce smussando ogni estremizzazione e puntando su una sintesi oculata tra approcci differenti.

Simone Dattoli

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