La guerra in Medio Oriente
Con le lunghe barbe non si può negoziare, la teoria del pazzo e il metodo Trump
Con le lunghe barbe non si può negoziare la teoria del pazzo e il metodo-tycoon
Siamo abituati alla comunicazione caustica del Presidente americano, soprattutto sul suo social personale, Truth. Ma, nelle ultime ore, alcuni suoi messaggi non possono più essere liquidati come semplice cifra stilistica, né ridotti a letture allarmistiche e superficiali. La domanda, allora, è ineluttabile: siamo davvero di fronte all’irrazionalità, o a una strategia che non vogliamo riconoscere?
In questa prospettiva, può essere utile richiamare la cosiddetta madman theory, la “teoria del pazzo”. Si tratta di una strategia di coercizione fondata sulla simulazione dell’irrazionalità, attraverso cui un leader mira a rendere credibili anche le minacce più estreme. Il punto è semplice: in contesti di deterrenza, gli attori razionali evitano comportamenti autolesionistici, rendendo alcune minacce poco credibili. La madman theory interviene proprio su questa falla: se un leader appare potenzialmente incontrollabile, allora anche scenari altrimenti improbabili diventano plausibili agli occhi dell’avversario. In termini schellinghiani, dal lavoro di Thomas Schelling, si tratta di una manipolazione del rischio: non ridurlo, ma amplificarlo, rendendolo meno prevedibile.
Un precedente storico emblematico è quello di Richard Nixon durante la Guerra del Vietnam. Nixon cercò di convincere i leader sovietici e nordvietnamiti della propria disponibilità a un’escalation, anche estrema, per ottenere concessioni. L’operazione Giant Lance del 1969, un’allerta nucleare deliberatamente visibile, è uno dei casi più citati. Questo elemento appare ancora più rilevante se si considera la natura dell’interlocutore. La Repubblica Islamica dell’Iran non è semplicemente un attore statale tradizionale, ma un sistema politico profondamente attraversato da una dimensione ideologica e religiosa. La centralità del martirio nella cultura politica sciita, radicata e ancora mobilitata nella retorica contemporanea, contribuisce a costruire una narrativa in cui il sacrificio rappresenta un valore da esibire.
In questo quadro, la disponibilità dichiarata alla resistenza estrema e alla mobilitazione in nome di principi religiosi e rivoluzionari rende più complesso l’utilizzo degli strumenti diplomatici tradizionali, fondati su logiche di deterrenza razionale e calcolo dei costi. In considerazione di questo quadro, il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce a plasmarla, influenzando le aspettative e le reazioni degli attori coinvolti. Nel contesto attuale, questo elemento appare ulteriormente amplificato da un ecosistema comunicativo profondamente mutato. Se Nixon operava in un quadro diplomatico relativamente filtrato, Trump si muove in uno spazio globale e disintermediato, in cui ogni messaggio è immediatamente esposto a interpretazioni molteplici. Bisogna tenere bene a mente un punto: la politica internazionale non si lascia giudicare con le categorie del sentimento, ma con quelle della necessità.
Le buonanime che invocano la pace, convinte che con l’Iran possano bastare strette di mano e rituali diplomatici, cresciute nel conforto garantito, in larga parte, dalla protezione americana, che ha preservato l’Occidente dall’urto diretto di interessi nemici, faticano a riconoscere la natura dell’interlocutore. Di fronte a un sistema politico che ha fatto della mobilitazione ideologica, del sacrificio e della proiezione conflittuale uno strumento strutturale, come dimostrano decenni di tensioni regionali e il sostegno a reti militanti nell’area mediorientale, le forme di comunicazione strategica non possono né devono esser docili e rassicuranti.
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