Dopo l’annuncio di Donald Trump sul cessate il fuoco con l’Iran, sia Teheran che Washington si sono intestate la vittoria. Ma nell’attesa di capire chi avrà davvero tratto il maggior vantaggio da questa tregua (ammesso che possa davvero durare), uno Stato è affiorato come protagonista e fautore del processo negoziale: il Pakistan. E molti osservatori scorgono nelle mosse di Islamabad anche un’altra mano: quella della Cina.

Il Pakistan si è da subito inserito nella partita iraniana. Lo ha fatto partendo da lontano, ben prima del conflitto, quando ha deciso di firmare con l’Arabia Saudita il patto di mutua difesa. Un accordo complesso, che ha attirato l’attenzione soprattutto perché Islamabad ha un arsenale nucleare. Ma la presenza di quell’intesa ha permesso al governo pakistano di ergersi quale interlocutore privilegiato nel mondo musulmano e nel consesso internazionale, anche per evitare di dover rispondere delle clausole di quell’accordo dopo che l’Iran ha iniziato a colpire il territorio saudita. Nel frattempo, il premier pakistano, Shehbaz Sharif, e il generale Asim Munir, a capo dell’esercito di Islamabad, si sono fatti largo nelle grazie di Donald Trump. Anche qui, un lavoro durato mesi. Da partner considerati poco affidabili, anche per il passato sostegno ai talebani, i funzionari pakistani si sono avvicinati sempre di più a Washington. Hanno spezzato la collaborazione con Kabul fino ad avere scatenato direttamente una sanguinosa guerra che non si è ancora formalmente conclusa. Nel tempo, il Pakistan ha anche concluso con gli Stati Uniti accordi sulle criptovalute e sui minerali critici. E con Trump, i leader di Islamabad hanno attuato un vero e proprio corteggiamento fatto di ringraziamenti per la pace con l’India (uno dei risultati che The Donald si è intestato in questi mesi) fino all’ingresso nel Board of Peace per Gaza. Tutti passaggi che sono serviti a Sharif e Munir per diventare due tra gli interlocutori preferiti dal presidente degli Stati Uniti.

Ma insieme a questa politica autonoma, c’è un’altra presenza che si può trovare “dietro” le manovre pakistane, ed è quella della Cina. Pechino, partner di Teheran ma anche di Islamabad, ha infatti deciso di premere sull’acceleratore del negoziato. Poco più di una settimana fa, il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha ricevuto a Pechino il suo omologo pakistano, Ishaq Dar. Nella prima settimana di aprile, il governo della Repubblica popolare ha confermato che si sono tenuti diversi incontri a Urumqi, nello Xinjiang, tra rappresentanti afghani, cinesi e pakistani. Segno che il Dragone è vigile anche sulla questione del conflitto in Asia centrale. Islamabad e Pechino hanno poi lavorato insieme per la proposta di cinque punti rilanciata nei giorni scorsi dal governo di Sharif come base per l’accordo tra Iran e Stati Uniti. E nelle ultime ore, quando si temeva che scadesse l’ultimatum di Trump, la Cina è intervenuta direttamente nella partita.

Secondo le indiscrezioni del New York Times, che ha sentito funzionari iraniani, da Xi Jinping è arrivato l’ordine di aumentare la pressione su Teheran affinché Mojtaba Khamenei (o chi per lui) e i Pasdaran approvassero l’accordo. Dello stesso avviso anche fonti di Associated Press, secondo cui Pechino ha lavorato su due binari distinti: prima con i mediatori (Egitto, Turchia e Pakistan) poi direttamente con gli interlocutori iraniani. Martedì, prima che scadesse l’ultimatum, il governo cinese aveva nuovamente avvertito del pericolo per la stabilità globale e la sicurezza globali in caso di guerra prolungata in Medio Oriente. Dalla Repubblica popolare sono giunti anche parecchi avvertimenti sulla questione energetica. E poi, lo stesso Trump ha detto di credere che sia stata proprio la Cina a spingere l’Iran a trattare. “Mi sembra di sì”, ha risposto il tycoon quando gli è stato domandato del coinvolgimento di Pechino nel negoziato. E questo è un segnale anche per il prossimo viaggio del capo della Casa Bianca alla corte di Xi. Un appuntamento, quello di metà maggio, che si preannuncia fondamentale per i dazi e le materie prime, ma anche per gli equilibri geopolitici.