Le Ragioni di Israele
Gli Stati Uniti bloccano Hormuz. Israele: l’obiettivo è spezzare l’asse dell’Iran
TEL AVIV
Alle 17, ora israeliana, di ieri è scattato il blocco navale americano in tutti i porti iraniani. Se effettivamente sarà realizzato in modo capillare, bloccherà gran parte del traffico navale iraniano e, di fatto, la sua economia. In Israele, dopo il prevedibile fallimento delle trattative in Pakistan tra americani e iraniani, si attende il possibile, forse probabile, riaccendersi del conflitto, con un attacco israeliano alle infrastrutture energetiche del regime degli ayatollah. Il Libano è in questo momento lo snodo cruciale per Israele. L’Iran, al di là dei suoi annunci vittoriosi, non può permettersi di perdere il Libano, perché sarebbe un duro colpo strategico e un drammatico ridimensionamento dell’Asse della resistenza, più opportunamente definito Asse del male. Teheran farà tutto ciò che è in suo potere per preservare Hezbollah integro in Libano.
L’Iran considera il Libano un tassello strategico della propria proiezione regionale, riducendo il governo libanese a spettatore anziché protagonista del proprio destino. Per questo l’Idf ha dichiarato il Libano principale teatro operativo in questa fase, pur restando pronto a qualsiasi sviluppo contro l’Iran. Le forze di terra israeliane hanno accerchiato gli ultimi combattenti di Hezbollah nella città di Bint Jbeil, nel sud del Libano. In questo contesto arroventato continuano senza sosta ad arrivare droni e razzi sulla popolazione del nord di Israele, senza che ai leader europei faccia effetto o provochi qualche reazione. Sánchez addirittura ha riaperto l’ambasciata spagnola a Teheran.
Il ministro degli Esteri italiano, Tajani, è arrivato ieri in visita a Beirut per tentare una de-escalation nell’area. Ha incontrato il presidente libanese Aoun e il ministro degli Esteri libanese, e ha programmato una visita al contingente italiano Unifil, schierato lì da vent’anni senza che, di fatto, abbia mai assolto pienamente ai compiti assegnati. Tajani, prima di arrivare in Libano, ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, che gli ha spiegato la crucialità di rompere il legame tra Iran e Libano in vista del dialogo previsto tra Israele e lo stesso Libano.
L’attacco del 2 marzo scorso, come quello dell’ottobre 2023, ha inseguito gli interessi dell’Iran, non quelli del Paese dei Cedri. Per questo Israele ha rifiutato il cessate il fuoco con l’Iran esteso anche a Hezbollah, perché avrebbe ulteriormente rafforzato il ruolo politico e strategico degli ayatollah in Libano. Indebolire Hezbollah dà speranza al popolo libanese di affrancarsi da questo dominio e di stabilire relazioni pacifiche con lo Stato ebraico, cosa che una parte significativa dell’opinione pubblica libanese auspica. Sa’ar ha anche informato Tajani sulle armi trovate nell’ospedale di Bint Jbeil, una strategia simile a quella di Hamas a Gaza, e ha sottolineato l’indifferenza dei media sugli oltre 7.000 missili, razzi e droni lanciati dal territorio libanese verso Israele. Tajani tenta di mantenere un equilibrio, affermando che Hezbollah va fermato e disarmato, pur senza chiarire come, ma sostiene anche che Israele dovrebbe fermare i bombardamenti. Evita però di parlare del fallimento del contingente Unifil, che non è riuscito a far rispettare la risoluzione 1701 del 2006, che prevede l’assenza totale di Hezbollah nel sud del Libano.
Tutta Israele celebra lo Yom HaShoah, il giorno della memoria dell’Olocausto. Al memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, alcuni sopravvissuti hanno acceso le fiaccole del ricordo, ripercorrendo il loro terribile passato. Grazie alla propria esistenza, Israele rappresenta la garanzia che quella tragedia non possa più accadere, nonostante un mondo che spesso sembra aver dimenticato l’Olocausto e che si preoccupa più del prezzo del petrolio che delle repressioni interne in Iran, attribuendo responsabilità a Israele e agli Stati Uniti. Oggi alle 10 Israele si fermerà per due minuti, al suono della sirena, in ricordo dei sei milioni di ebrei trucidati. Ma stavolta non si correrà nei rifugi: è la sirena della resilienza ebraica.
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