Politica
Giorgia ha finito le carte da giocare: riforme o elezioni anticipate?
La fragilità dell’esecutivo post referendum nasce da dinamiche interne a una coalizione che ha progressivamente perso la spinta propulsiva anche alla luce di una squadra ministeriale apparsa spesso deficitaria di cultura di governo. Sono naufragati i tre grandi progetti di riforma sui quali la destra aveva investito gran parte della propria credibilità: autonomia differenziata, riforma della magistratura e premierato.
Resta solo la riforma elettorale
Proprio quest’ultimo era stato definito da Giorgia Meloni la “madre di tutte le riforme”. Oggi, invece, sul tavolo resta soltanto la riforma elettorale, già minata da forti dubbi di costituzionalità per via di un premio di maggioranza ritenuto eccessivo, oltre che da profonde divisioni interne alla maggioranza. Di fronte alle difficoltà, la soluzione escogitata è stata quella di passare la patata bollente all’opposizione, invocando il coinvolgimento della sinistra nell’approvazione della legge elettorale. Ma la risposta è stata netta: picche.
Da quando in qua le leggi elettorali si discutono a fine legislatura?
Da quando in qua le leggi elettorali si discutono a fine legislatura? È un gioco che raramente vale la candela e che, nella storia della Seconda repubblica, ha spesso prodotto ulteriore instabilità. Il governo sembra essersi infilato nelle secche senza sapere come uscirne. Da qui l’annuncio di nuove riforme: salario giusto, casa e nucleare. Proposte certamente non prive di interesse, ma sulle quali resta aperta la domanda decisiva: dove trovare le risorse finanziarie necessarie? Per lungo tempo la presidente del Consiglio ha beneficiato dello “stellone italico”, concentrandosi soprattutto sulla politica estera e trascurando il Paese reale.
I nodi vengono al pettine, Giorgia non ha carte da giocare
Oggi, però, i nodi stanno venendo al pettine. Il quadro appare meno solido di quanto raccontino i sondaggi, che continuano comunque a premiare Fratelli d’Italia. La verità è che Giorgia Meloni non dispone più di molte carte da giocare. Il rischio di un pareggio politico post elettorale tra i due schieramenti viene temuto tanto dalla destra quanto dalla sinistra. E in uno scenario di equilibrio bloccato, la figura che inevitabilmente tornerebbe a incombere sarebbe quella di Mario Draghi. Non a caso, tra le due litiganti, Draghi continua a godere di una credibilità internazionale e istituzionale che nessuno dei contendenti possiede pienamente. E poi c’è la partita del Presidente della Repubblica, il cui mandato scadrà all’inizio del 2029. Infine, l’incognita Vannacci che sottrae voti a destra facendo il gioco della sinistra.
Giorgia Meloni pensava di avere già il pallino in mano, ma la politica italiana insegna prudenza. Che cosa resta allora alla premier per conservare Palazzo Chigi, se non la carta delle elezioni anticipate in autunno, naturalmente con il consenso del Presidente della Repubblica? Potrebbe essere questa la vera “mossa del cavallo” di Meloni: anticipare i tempi prima che il logoramento diventi irreversibile e prima che la situazione economica presenti un conto ancora più pesante. Ma c’è anche un’altra ragione, forse ancora più importante. Il cosiddetto Campo largo si trova politicamente all’anno zero. Non ha un programma condiviso, non ha una linea strategica comune e, soprattutto, non ha ancora scelto il candidato alla presidenza del Consiglio. Anzi, il problema è opposto: i candidati sono due, Elly Schlein e Giuseppe Conte, ma manca ancora lo strumento politico attraverso cui selezionarne uno. Primarie? Accordo di vertice? Investitura parlamentare? Nulla è stato deciso. Ecco perché le elezioni anticipate potrebbero rappresentare, per la destra, non un azzardo ma una necessità politica: colpire l’avversario prima che riesca a organizzarsi e, nello stesso tempo, evitare di consumarsi lentamente dentro una legislatura sempre più fragile. “I have a dream”, diceva Martin Luther King. In politica, però, i sogni diventano realtà soltanto quando coincidono con il tempismo. Ed è proprio sul tempo che, oggi, Giorgia Meloni potrebbe giocare la sua partita più rischiosa.
© Riproduzione riservata







