Il conflitto in Iran e il blocco dello stretto di Hormuz hanno innescato una crisi energetica che molti esperti giudicano più grave di quella del 2022, seguita all’invasione russa dell’Ucraina. Da questo importantissimo stretto marittimo transita circa un quarto del petrolio mondiale e un quinto del gas naturale liquefatto: uno shock che, però, non colpisce tutti allo stesso modo. L’Asia è l’area più esposta: la gran parte degli idrocarburi che attraversano Hormuz alimenta i mercati di Cina, Giappone, Corea del Sud, Pakistan e India. L’Europa soffre soprattutto per il GNL qatariano e, pur risultando meno vulnerabile, sconta una fragilità strutturale ereditata dalla crisi del gas russo post-2022. Al suo interno, Italia e Belgio pagano il prezzo più alto: il nostro Paese, in particolare, importa dal Qatar circa il 30% del proprio fabbisogno di GNL.

In questo scenario, il modello cinese emerge come la best practice più efficace del settore: un gigantesco sistema frutto di decenni di pianificazione e diversificazione energetica, con l’obiettivo di ridurre in modo significativo la dipendenza dagli idrocarburi importati. Vale la pena analizzarlo, con i suoi punti di forza e i suoi limiti. Più precisamente, la velocità record e gli investimenti massicci messi in campo dalla Cina negli ultimi anni ne fanno il Paese leader mondiale assoluto nel settore delle energie rinnovabili, soprattutto fotovoltaico ed eolico, raggiugendo una capacità installata di 1.600 GW alla fine del 2025 (con +424 GW di energia eolica e fotovoltaica), superando persino l’obiettivo di 1.200 GW per il 2030 stabilito dai piani del Governo. Tale accelerazione è guidata dal concetto di “Civiltà Ecologica”, un pilastro ideologico inserito in Costituzione nel 2018 e diventato uno dei manifesti geopolitici dell’era Xi Jinping che mira a trasformare il Paese in una potenza globale moderna entro il 2049. Le rinnovabili (nucleare compreso) rappresentano oltre il 60% della capacità elettrica totale del Paese. A differenza di altri modelli di transizione, Pechino adotta l’approccio operativo definito “costruire prima di smantellare”. Questo significa accelerare la costruzione del sistema pulito prima di eliminare le vecchie infrastrutture a carbone, mantenute come supporto per la stabilità della rete.

Il mix energetico strutturale che la Cina è riuscita a costruire, le significative riserve strategiche, e la diversificazione degli approvvigionamenti rendono il Paese meno esposto di altri all’attuale shock petrolifero innescato dalle tensioni in Medio Oriente. A differenza di molti Paesi che rimangono fortemente dipendenti dalle importazioni di petrolio greggio, la dipendenza della Cina da petrolio e gas è relativamente inferiore, rappresentando circa il 28% del suo consumo energetico primario. In questo modo, la Cina può contare su energia pulita, a prezzi accessibili, e con un certo grado di sicurezza. La Cina dimostra, inoltre, che una transizione energetica massiva è tecnicamente possibile e chi la realizza su scala industriale si garantisce un vantaggio competitivo enorme, prendendo il controllo delle filiere critiche e ridisegnando le relazioni di dipendenza con il resto del mondo. La rivoluzione energetica cinese è il nuovo pilastro della crescita economica. Nel 2025 circa un terzo della crescita del PIL cinese è arrivato direttamente o indirettamente dai settori dell’energia pulita (11,4% dell’economia nazionale). Fotovoltaico, batterie, e veicoli elettrici nel 2025 hanno assorbito oltre metà degli investimenti in energia pulita, trasformando il Paese nel principale esportatore mondiale di tecnologia green. Secondo i dati del think tank Ember, in solare e batterie la Cina domina realisticamente ogni anello della catena del valore, dal polisilicio all’assemblaggio di moduli, dalla produzione di celle agli impianti di accumulo di larga scala, con quote di mercato che in alcuni segmenti superano il 70% mondiale. Le aziende cinesi, inoltre, detengono oggi il 75% dei brevetti mondiali in tecnologie green.

Se dal punto di vista economico e di influenza geopolitica, la Cina sembra aver intrapreso la strada corretta esistono, comunque, alcune contraddizioni che vale la pena esaminare. Prima fra tutte, il carbone (la fonte energetica più inquinante) continua a garantire una quota importante della generazione elettrica in Cina, sostenuto da nuove centrali che sono state costruite di supporto alla stabilità di rete, in particolare, nei periodi di crisi (come durante la pandemia di Covid 19 e la crisi di siccità nel 2022). Come evidenziava l’Economist nel 2024, la Cina rappresenta un paradosso perché è il Paese con il più alto livello di emissioni di gas serra al mondo, con una media di 11 tonnellate pro capite, allo tesso tempo però è anche leader globale negli investimenti e nello sviluppo di tecnologie per l’energia rinnovabile. Inoltre, nonostante la Cina sia una superpotenza industriale e tecnologica, Pechino nei consessi internazionali (es. Cop29) rivendica lo status di “paese in via di sviluppo” per negoziare impegni climatici meno stringenti.

Ci sono poi risvolti economici negativi. All’interno della filiera, l’eccesso di offerta di polisilicio e pannelli ha causato un crollo dei margini di profitto, costringendo i produttori a una lotta per la sopravvivenza che Pechino fatica a coordinare. In generale tutta la supply chain risulta in affanno: la produzione di lingotti solari, wafer e altre componenti è superiore alla domanda, alimentando guerre dei prezzi tra i produttori per difendere le proprie quote di mercato. Da ultimo, secondo gli esperti, nonostante la velocità con cui vengono installati gli impianti di produzione di energia rinnovabile (anche tenuto conto di un quadro normativo meno stringente dal punto di vista ambientale e di tutele del lavoro), le infrastrutture di rete in Cina, a causa di alcuni colli di bottiglia, non riescono a trasportare l’elettricità prodotta nelle zone remote (ovest) verso i centri industriali (est) sprecando di fatto gran parte dell’energia rinnovabile prodotta (curtailment).

Relativamente all’Italia, volendo trarre qualche insegnamento dal modello cinese, come documenta il think tank ECCO nel suo policy paper del marzo 2026 il problema non è comprare pannelli fotovoltaici di produzione cinese (98% dei pannelli in Europa provengono dalla Cina), ma semmai è non costruire nulla intorno a quella tecnologia: né capacità produttiva, né filiera, né valore industriale che resti sul territorio (con risvolti occupazionali naturalmente). Installare è diverso da produrre. E chi si limita a installare resta cliente, non protagonista. Il governo italiano con il Decreto FerX Transitorio dell’agosto 2025 ha risposto, almeno parzialmente, a questa situazione: è stato il primo Paese europeo a escludere componenti cinesi dalle aste per gli incentivi alle rinnovabili. Si tratta di un segnale, che può diventare una vera strategia industriale solo nel momento in cui anziché comprare semplicemente tecnologia si puntasse a costruire una capacità propria, in previsione anche degli obiettivi stabiliti nel PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima) di 131 GW al 2030 (a fine 2025 l’Italia può contare su una capacità rinnovabile installata di 83,5 GW).

Andrea Innocenti e Ferrante Cavazzuti

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