Sul Foglio, Tommaso Nannicini ha sostenuto che Vannacci non si contrasta con il fact checking, con le tabelle Excel o con la ricerca della copertura finanziaria. Chi pensa che basti dimostrare l’inconsistenza delle sue proposte continua a non capire perché quelle proposte raccolgano consenso. Mi chiedo, però, se l’alternativa sia davvero quella di restituire alla politica il compito di indicare un futuro. La conclusione di Nannicini è che servono “una direzione”, “un futuro”, una politica capace di costruire una visione. È un’idea che ha attraversato gran parte del pensiero politico del ‘900, quando sembrava plausibile immaginare che la storia avesse una direzione riconoscibile. Forse il punto è che, per oltre due secoli, abbiamo attribuito alla politica un compito che oggi nessuno può realisticamente assolvere: conoscere abbastanza il futuro da poterne indicare la direzione.

Oggi serve una politica che faccia i conti con l’incertezza, la complessità e con i limiti inevitabili della nostra conoscenza. Viviamo dentro trasformazioni tecnologiche, geopolitiche, ambientali e demografiche così rapide che nessuno possiede davvero una mappa del futuro. Ogni progetto si scontra continuamente con eventi imprevisti. Pandemia, guerre, rivoluzioni tecnologiche come l’Intelligenza Artificiale, crisi finanziarie: il nostro tempo sembra confermare che la storia procede dall’intreccio di intenzionalità, caso e contingenza. Per questo mi domando se non stia cambiando il compito di chi fa politica. Non un compito meno ambizioso, ma profondamente diverso. Non tanto protagonisti chiamati a indicare da soli una destinazione, quanto co-protagonisti capaci di accrescere, assieme ad altri soggetti sociali, l’intelligenza collettiva con cui una società affronta l’incertezza.

La metafora che mi convince di più non è quella dell’architetto che disegna la città ideale, ma quella del timoniere che conduce, insieme ad altri, una zattera lungo un fiume. Non decide il corso del fiume. Non può eliminare le rapide. Non può promettere che non arriveranno tempeste. Può però osservare meglio degli altri, correggere la rotta, evitare gli scogli, manutenere la zattera, ridurre i rischi, cogliere le opportunità offerte dalla corrente e avvalersi delle competenze necessarie. È una politica meno prometeica, ma non meno impegnativa. Una politica che non vive sopra la società, indicando una meta, ma dentro la società, interpretandone continuamente i mutamenti insieme ad altri protagonisti.

Conosco bene l’obiezione. Le visioni entusiasmano. Le utopie mobilitano. Il realismo rischia di apparire grigio. Ma forse è proprio questa la sfida del nostro tempo: innovare il linguaggio della politica. La sfida non è rinunciare alla speranza. È cambiarne il fondamento. Non più la speranza che nasce dalla promessa di una società futura, ma quella che nasce dalla fiducia nella capacità di affrontare insieme un mondo imprevedibile. Forse la vera alternativa alla politica contabile non è la politica della visione. È una politica dell’affidabilità. Non si sceglie un capitano perché promette il porto più bello. Lo si sceglie perché si pensa che saprà affrontare meglio gli imprevisti.

Così la sfida comunicativa diventa ancora più difficile. Per due secoli la politica ha mobilitato promettendo una terra promessa, religiosa o laica che fosse. Oggi deve riuscire a mobilitare in un altro modo: non promettendo l’approdo, ma dimostrando di saper navigare utilizzando le competenze disponibili. Non è poco. Anzi, forse per le democrazie contemporanee è la sfida più grande.

Mario Rodriguez

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