L'intervista
Torlontano: “Lepore conosceva il clima di Bologna. La sinistra di oggi ignora la sicurezza”
Sulla piazza fuori controllo di Bologna, emblema di una sinistra movimentista che ha perso di vista i propri riferimenti, abbiamo raccolto le riflessioni di Giuliano Torlontano, giornalista politico, per lunghi anni volto noto del Tg5 e profondo conoscitore della storia politica italiana.
Nel dibattito sul rapporto tra sinistra, disordine e violenza, il Pd dimentica la lezione del Pci?
«Sì. In particolare quella di Giorgio Amendola che ruppe l’assioma secondo cui non potessero esserci nemici a sinistra. Davanti all’esplosione della violenza extraparlamentare, simboleggiata dalla P38, disse che quei movimenti andavano denunciati, arginati e condannati. Erano già cominciati gli anni di piombo».
Bologna ha avuto anche una forte cultura democratica e istituzionale. Penso a Renato Zangheri. Che cosa rappresentava quella tradizione?
«Bologna è stata la culla del riformismo comunista. Possiamo definirlo così, e quell’aggettivo aveva una sua rilevanza e una valenza originale. Si trattava naturalmente di una sinistra comunista che, però, di fatto si stava orientando verso il riformismo delle grandi socialdemocrazie europee. La culla del comunismo italiano era anche la culla di una sinistra che, un po’ alla volta, pur con molte contraddizioni e ancora legata al proprio passato, si stava orientando verso il riformismo».
Perché Bologna divenne l’epicentro delle violenze estremiste?
«Dal ‘77 in poi Bologna divenne l’epicentro delle violenze estremiste, con un movimento di estrema sinistra violento, all’insegna della P38, confinante con il terrorismo. Perché? Per un insieme di fattori: la grande università, il grande movimento operaio, i tanti fuorisede. Ma la linea del Pci fu molto ferma».
Amendola, però, non era soltanto l’uomo della fermezza contro la violenza. Qual era la sua cultura politica?
«Era uno dei padri del Partito comunista e del filone migliorista che avrebbe avuto in Giorgio Napolitano uno dei suoi principali esponenti. Negli anni Sessanta aveva anche proposto un Partito unico dei lavoratori, capace di ricomporre la frattura fra comunisti e socialisti e di dialogare con le forze laiche: una sorta di laburismo italiano».

Elly Schlein di quale storia è figlia?
«Elly Schlein, naturalmente, anche per un fatto anagrafico, non appartiene alla cultura del Pci. Si richiama a quel filone sotto il profilo ideologico, ma è anche affine a quel movimentismo di sinistra cresciuto alla sinistra del Pci. Schlein unisce l’eredità del Pci a quella di un movimentismo che non aveva niente a che fare con il Pci e che i comunisti volevano arginare, secondo il monito di Giorgio Amendola».
La risposta di Matteo Lepore è stata più intempestiva o più ingenua?
«È stata intempestiva e poco responsabile. Fra l’altro, emerge che non abbia chiesto neppure l’autorizzazione alla Questura: una decisione presa in modo molto frettoloso. Ma lui conosceva il clima di Bologna. Da diversi anni la città è protagonista di queste forme di violenza e avrebbe dovuto prevedere che frange molto violente si sarebbero inserite».
Il sindaco avrebbe dovuto attendere l’esito delle indagini prima di promuovere una manifestazione?
«La magistratura sta lavorando e ogni giorno emergono nuovi elementi, anche contraddittori rispetto ai precedenti. Un minimo di prudenza è necessario. Il diritto e il dovere del sindaco sono chiedere chiarezza. Ma un sindaco ha responsabilità istituzionali che dovrebbero ricollegarsi a quelle di Renato Zangheri, uomo delle istituzioni, sempre rispettoso delle forze dell’ordine».
Perché la sinistra di oggi ha questo problema nei confronti della cultura della sicurezza?
«Alcuni mesi fa fu Conte a dire: “Guardate, qui dobbiamo attaccare il centrodestra sul versante della sicurezza”. Aveva capito che quello era un punto debole del centrodestra, perché il problema della sicurezza non è stato risolto. Sono arrivate nuove leggi, ci sono nuove norme, ma la situazione è sotto gli occhi di tutti: irrisolta. Hanno inasprito le pene, ma si sono inasprite anche le violenze. Conte ha un approccio non ideologico e, da questo punto di vista, è molto scaltro. Il Pd ha invece un problema ideologico che dovrebbe superare, seguendo più Minniti e Violante che altri esponenti di oggi».
Nel filone Minniti-Violante si iscrive a pieno titolo il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, che ha detto e scritto che bisogna recuperare un rapporto con le forze dell’ordine e il rispetto per la sicurezza pubblica.
«Sì, questa è l’altra sinistra dell’Emilia-Romagna. Forse non è Giorgio Amendola, ma nel suo Dna c’è il riformismo. Ha una formazione istituzionale un po’ più solida di altri».
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