La nomina di Mojtaba Khamenei a nuova Guida Suprema dell’Iran segna una svolta che rivela la natura sempre più autoritaria del sistema della Velayat-e Faqih. Per l’opposizione iraniana, la decisione rappresenta di fatto la trasformazione del regime in una successione dinastica, un passaggio che evidenzia la crisi profonda del potere clericale. In un messaggio diffuso l’8 marzo, Maryam Rajavi, presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), ha affermato che il regime ha “messo sul trono il figlio del leader” nel tentativo di salvare un sistema ormai privo di legittimità agli occhi del popolo iraniano.

Per oltre tre decenni, Mojtaba Khamenei è stato una figura centrale nei meccanismi di potere della Repubblica islamica, coinvolto nella gestione degli apparati di sicurezza, nella repressione interna e nel controllo di importanti leve politiche ed economiche del Paese. È stato tra i principali architetti della repressione delle rivolte popolari, dell’esportazione del fondamentalismo e del terrorismo e del sistematico saccheggio delle risorse nazionali. In pratica, avrebbe già svolto da tempo il ruolo di successore di fatto del padre, esercitando una forte influenza sugli apparati di sicurezza e sulle decisioni strategiche del regime. La nomina rappresenta quindi un’ulteriore usurpazione della sovranità popolare. “Una vipera non può generare una colomba”, ha dichiarato Rajavi, sottolineando come il popolo iraniano abbia dimostrato attraverso successive rivolte di respingere ogni forma di dittatura.

Il nodo centrale resta dunque il futuro politico del Paese: il popolo iraniano rivendica il diritto di decidere il proprio destino attraverso elezioni libere e universali e la costruzione di una repubblica democratica. In questa prospettiva, il progetto politico della Resistenza prevede un governo provvisorio di sei mesi con il solo compito di trasferire la sovranità al popolo. Parallelamente alla crisi politica legata alla successione, cresce la preoccupazione per la situazione dei detenuti nelle carceri iraniane, in particolare dei prigionieri politici. Secondo informazioni diffuse dal CNRI, la vita dei detenuti è in grave pericolo. In diverse prigioni si registrano carenze di cibo, medicinali e beni di prima necessità, mentre il sovraffollamento e i trasferimenti improvvisi aggravano ulteriormente le condizioni di detenzione.

Un caso emblematico riguarda il trasferimento improvviso di circa 50 prigionieri politici dal carcere di Evin al carcere di Fashafouyeh, dove sono stati ammassati in spazi progettati per un numero molto inferiore di detenuti e privi di servizi essenziali. Molti sono costretti a dormire sul pavimento in condizioni igieniche precarie. In altri istituti penitenziari, tra cui quelli di Ghezel Hesar e Mahabad, i detenuti restano confinati per lunghi periodi senza accesso agli spazi esterni e senza adeguate condizioni di sicurezza. Maryam Rajavi ha definito questa situazione un doppio crimine”, sottolineando che mantenere i detenuti in tali condizioni costituisce una grave violazione dei diritti umani. La leader della Resistenza ha quindi invitato la comunità internazionale e le organizzazioni per i diritti umani ad agire con urgenza per ottenere la liberazione immediata dei detenuti, in particolare dei prigionieri politici.

La successione di Mojtaba Khamenei non appare dunque come una soluzione alla crisi del regime, ma piuttosto come il segnale di un sistema sempre più chiuso e fragile, contestato da una società che da anni manifesta nelle strade contro repressione, corruzione e assenza di libertà politiche.

Ghazal Afshar

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