La rivelazione dello Shin Bet e dell’IDF sulla rete clandestina di cambiavalute gestita da Hamas in Turchia mette finalmente a fuoco un punto decisivo: l’organizzazione non si è mai sostenuta grazie a un’economia interna di Gaza, bensì attraverso un intricato sistema finanziario internazionale che ha permesso per anni di aggirare sanzioni, controlli e blocchi. E, soprattutto, di spostare centinaia di milioni di dollari senza lasciare tracce bancarie. Un portavoce dell’IDF, il colonnello Avichay Adraee, ha reso pubblici documenti che mostrano una parte minimale dei trasferimenti gestiti dalla rete: alcune centinaia di migliaia di dollari che rappresentano solo la frazione visibile di un flusso che – secondo Israele – ammonta a centinaia di milioni.

La rete, composta da cambiavalute originari di Gaza, espatriati in Turchia, operava con il sostegno diretto dell’Iran. Tra gli individui identificati c’è Tamer Hassan, figura di spicco dell’Ufficio Finanze di Hamas a Istanbul, e i cambiavalute Khalil Farauna e Farid Abu Dair. Il loro ruolo era la gestione quotidiana della rete di hawala, il sistema informale di trasferimento di denaro che costituisce l’ossatura finanziaria del movimento islamista. Per comprendere l’importanza delle rivelazioni dello Shin Bet, occorre ricostruire il funzionamento del sistema prima del 7 ottobre 2023. In quel periodo Hamas aveva tre grandi vie di finanziamento, tutte complementari.

L’hawala è un sistema di trasferimento basato sulla fiducia: nessun bonifico, nessun passaggio bancario. Un operatore in Turchia riceveva i fondi dall’Iran, un operatore a Gaza consegnava l’equivalente in contanti al destinatario. Gli operatori si compensavano solo successivamente tra di loro. Per Hamas era il sistema perfetto: rapido, invisibile e totalmente non tracciabile. Per anni, emissari del Qatar hanno portato a Gaza valigie piene di dollari, spesso fino a 30 o 50 milioni per volta. Le immagini dei diplomatici con scatole colme di banconote sono ancora facilmente reperibili. Anche l’Egitto tollerava – direttamente o indirettamente – l’ingresso di contante. Prima che venissero distrutti, i tunnel tra Gaza e l’Egitto erano la principale arteria economica per merci, carburante, armi e, naturalmente, contanti. Era un ecosistema economico parallelo, vitale per Hamas. Con la guerra, il quadro è cambiato in profondità. Il contante non entra più a Gaza. I valichi sono chiusi o rigidamente controllati. I tunnel di Rafah sono stati distrutti. Le valigie di dollari sono un ricordo del passato. Ciò non significa che Hamas non sia più finanziata. Significa che i soldi non entrano più a Gaza, ma vengono gestiti fuori. Si è creato un sistema completamente nuovo.

La rete continua a funzionare, ma non per trasferire soldi dentro la Striscia. Serve invece a pagare i quadri di Hamas in Turchia, Libano e Qatar, acquistare armi, finanziare le cellule operative nel mondo arabo ed europeo, sostenere le famiglie dei martiri o dei miliziani all’esterno. Dentro Gaza il denaro contante è quasi scomparso. L’economia interna si regge su beni requisiti, carburante deviato dagli aiuti, medicinali e cibo rivenduti al mercato nero. In un contesto di collasso totale, il valore reale non è il dollaro, ma il carburante, che Hamas gestisce come una moneta. Con Gaza isolata, è l’estero il nuovo centro di gravità di Hamas.

La rete smantellata dallo Shin Bet è fondamentale perché mostra come Hamas continua ad accedere a capitali enormi, mantiene relazioni organiche con l’Iran, sfrutta la Turchia come crocevia finanziario, compra armi e logistica senza bisogno di far entrare contanti nella Striscia. In altre parole: Hamas non sopravvive perché i soldi entrano a Gaza, ma perché i soldi operano al di fuori di Gaza secondo schemi di economia criminale transnazionale.