Donald Trump è sicuro che la guerra in Iran è quasi vinta. E nel giorno in cui l’Idf ha annunciato l’uccisione di Ali Larijani, il leader “de facto” della Repubblica islamica, e del capo delle milizie Basij Gholamreza Soleimani, la convinzione del presidente degli Stati Uniti ne è uscita rafforzata. “Andiamo alla grande nella guerra. Stiamo stravincendo” ha detto al Corriere della Sera. Poi, dallo Studio Ovale, ha spiegato: “Non siamo ancora pronti ad andarcene, ma partiremo nel prossimo futuro”. Il tycoon ha affermato di “non avere paura” che la guerra a Teheran si trasformi in un altro Vietnam. E ha lanciato un monito alla Nato. “Sta facendo un errore stupido” su Hormuz, ha detto il tycoon, che si “ricorderà” del mancato aiuto degli alleati. Ma Trump sa anche che l’opinione pubblica americana ha dei dubbi. Il mondo Maga è in fermento.

Le dimissioni di Joe Kent, direttore Centro nazionale antiterrorismo americano, che ha annunciato l’abbandono del suo incarico per protesta contro la guerra in Iran, sono già un caso politico. “L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è evidente che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana” ha scritto Kent. L’opposizione inizia a incalzare l’amministrazione sia sulle tempistiche che sulla strategia dell’azione contro Teheran e sui suoi costi, al punto che ieri è uscita la notizia di colloqui tra rappresentanti del Congresso e l’inviato per il Medio Oriente Steve Witkoff. E secondo Nbc News, The Donald, avrebbe già diverse vie d’uscita pronte. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha detto che la valutazione iniziale è che sarebbero servite dalle quattro alle sei settimane “per raggiungere pienamente i chiari obiettivi militari”.

Ma la funzionaria ha aggiunto che “l’operazione si concluderà quando il comandante in capo riterrà che gli obiettivi siano stati pienamente raggiunti e che le minacce poste dall’Iran siano state eliminate”. Quindi tutto dipende da cosa deciderà Trump. L’intelligence americana, secondo il Washington Post, è preoccupata da uno scenario: che l’Iran esca dalla guerra indebolito militarmente, praticamente annichilito, ma con un regime rafforzato. La repressione, del resto, continua in modo brutale, tra milizie armate nelle strade e ondate di arresti nel blackout di internet. E gli omicidi mirati ai vertici dell’apparato militare e politico servono proprio a evitare che si realizzi questo incubo degli 007 Usa. Le forze israeliane, finora, hanno decapitato il sistema.

Mojtaba Khamenei, la cui sorte è ancora avvolta dal mistero, appare in balia dei Guardiani della Rivoluzione e degli eventi. Teheran ha smentito le voci su un suo presunto ricovero in Russia.Sta diventando un po’ imbarazzante per il regime” ha detto ieri il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar. Ma la morte di Larijiani rischia di essere un colpo duro. Era lui che parlava al pubblico e che si mostrava anche tra la folla. Fedelissimo dell’ex Guida suprema, per molti era l’unico uomo in grado di gestire una Repubblica islamica con una catena di comando devastata dai raid di Usa e Idf. Per qualche osservatore, era anche l’unico vero interlocutore a Teheran, dove adesso, in assenza di Khamenei, i vertici politici rimangono il presidente Masoud Pezeshkian e il capo del parlamento, Mohammad Ghalibaf. E tutto questo avviene mentre si incendiano anche altri fronti.

Il Libano resta un enorme nodo strategico, con l’Idf che continua a bombardare e ad avanzare da sud per colpire in profondità Hezbollah. Secondo Reuters, gli Usa avrebbero anche chiesto alla Siria di intervenire contro il gruppo sciita libanese, ma la risposta sarebbe stata negativa. E a preoccupare è anche l’Iraq, dove il governo ha siglato un accordo con l’Iran per far passare le sue petroliere attraverso Hormuz. Le milizie sciite irachene continuano a lanciare attacchi contro le forze occidentali, tra cui gli italiani. Ma tra curdi a nord, gruppi armati sciiti e un export di petrolio paralizzato dalla guerra, Baghdad non può fare a meno di trovare un’intesa con Teheran per dare ossigeno al Paese.