Esteri
Arresti, torture ed esecuzioni: a Teheran il regime vuole sopravvivere
A cento giorni dalle sanguinose proteste dell’8 e 9 gennaio, l’entità della repressione è ancora poco chiara. Decine di migliaia di persone sono state arrestate, convocate o interrogate, torturate e condannate a morte. Vi sono migliaia di casi pendenti nel sistema giudiziario della Repubblica islamica nei confronti dei giovani che avevano preso parte alla rivolta popolare degli inizi di gennaio. Tra arresti, sparizioni di manifestanti, esecuzioni sommarie tramite impiccagioni e il prolungato blocco di internet, moltissime famiglie non conoscono la sorte dei propri cari.
Arresti, torture ed esecuzioni: a Teheran il regime vuole sopravvivere
Le proteste anti regime del 28 dicembre 2025, note anche come la “Rivoluzione iraniana del 2026”, iniziarono con uno sciopero generale dei bazar e un’assemblea di commercianti e venditori a Teheran e, in breve tempo, si diffusero ad altri strati della società, con l’adesione di studenti, operai, commercianti, insegnanti e pensionati, trasformandosi in una delle rivolte popolari più estese dal 1979 Oggi la repressione va oltre l’applicazione fisica. La televisione di Stato ha amplificato gli avvertimenti dei comandanti dei Pasdaran, che hanno avvertito le famiglie dicendo che le forze di sicurezza hanno l’ordine di aprire il fuoco contro quei cittadini che si schierassero con Israele o con gli Stati Uniti e che ignorassero i messaggi ufficiali. In queste condizioni, il decentramento territoriale dei centri di comando dei guardiani della rivoluzione, con un’architettura di “Dottrina a Mosaico”, attraverso 31 sottocomandi provinciali attivati dopo i bombardamenti del 28 febbraio, consente un coordinamento continuo anche in caso di reti di comunicazione compromesse e di numerosi comandanti di grado superiore uccisi.
La repressione del Khuzestan
La repressione in queste ore si sta concentrando in una provincia critica, quella del Khuzestan. Qui la minoranza araba costituisce circa un terzo della popolazione del Khuzestan, che ammonta a 4,5 milioni di persone. In questi ultimi mesi, la regione è diventata un focolaio di tensioni alimentate da anni di difficoltà economiche e di carenze energetiche ed idriche. Fondamentale per il settore energetico iraniano, quest’area è stata presa di mira dagli Stati Uniti e da Israele durante i bombardamenti. Il Khuzestan detiene infatti circa l’80% delle riserve petrolifere iraniane e ospita importanti infrastrutture energetiche, molte delle quali sono state distrutte. Sul piano delle proteste interne, il Khuzestan è da tempo centro di attività autonomiste e adesso si è trasformato nel teatro di una vasta campagna di arresti. Nella regione sono poi diversi i gruppi separatisti arabi ben organizzati e armati tra cui il “Movimento di Lotta Araba per la Liberazione di Ahwaz”, di orientamento laico, e il “Movimento di Liberazione Nazionale di Ahwaz”. Vi è anche un gruppo militante sunnita chiamato Ansar al-Furqan, molto attivo in queste terre.
Intanto le condanne a morte si susseguono quotidianamente. Gli ultimi sono stati quattro giovani manifestanti che erano stati arrestati durante le proteste antiregime degli inizi di gennaio 2026. Tra questi la giovane donna Bita Hemmati, insieme a suo marito Mohammadreza Majidi Asl e ad altri due, Behrouz Zamaninezhad e Kourosh Zamaninezhad, condannati a morte da un cosiddetto “Tribunale rivoluzionario di Teheran” con accuse che includono presunta collaborazione con “governi ostili” e azioni contro la sicurezza nazionale. Gli imputati sono stati sottoposti a pesanti torture fisiche e psicologiche durante gli interrogatori per estorcere confessioni forzate e sottoposti a un processo farsa durato pochi minuti senza l’assistenza di un avvocato in violazione delle più elementari norme sul “giusto processo”.
Hormuz, un nuovo elemento di deterrenza
La repressione interna dell’Iran sotto bombardamenti prolungati non è semplicemente una reazione alla crisi determinatasi col devastante attacco subito, ma riflette una strategia deliberata volta alla sopravvivenza. Combinando l’applicazione delle ferree misure di sicurezza nelle strade con una estenuante pressione psicologica, con l’uso strategico delle risorse militari e la creazione di “scudi umani”, il regime spera di resistere saldo al potere e di trovarsi di fronte, dopo il conflitto, una popolazione così stremata da non avere più i mezzi e la forza per lottare a favore di un cambio di regime. In altre parole, la Repubblica Islamica non persegue la vittoria sul campo di battaglia in termini convenzionali perché è consapevole che questa guerra non può essere vinta contro nemici così forti come Usa e Israele. Conduce una sua guerra parallela sul terreno economico, mantenendo salda– nonostante la sua momentanea riapertura – la leva dello Stretto di Hormuz: un nuovo elemento di deterrenza, efficace quasi quanto quella derivante dai missili balistici e perfino dalla minaccia nucleare. E sul piano interno, la sua strategia si concretizza nel soffocare ogni velleità rivoluzionaria della popolazione che intende rovesciare il regime.
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