Donald Trump è convinto che i colloqui con l’Iran ci saranno. Al New York Post, il presidente degli Stati Uniti ha parlato di “buone notizie” in arrivo e che “è possibile” che il prossimo incontro sia organizzato nei prossimi giorni. Fonti pakistane hanno addirittura parlato di domani. Dall’amministrazione Trump hanno fatto sapere che la proroga della tregua è solo per permettere all’Iran di presentare una proposta. Tuttavia, Teheran appare titubante.

Ieri, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baqaei, ha detto che gli Stati Uniti hanno “dato prova di disprezzo e mancanza di buona fede” e “l’Iran non ha ancora deciso se partecipare al nuovo ciclo di negoziati”. “Trump ha mentito di nuovo. L’Iran al momento non ha intenzione di negoziare venerdì”, ha scritto invece su X l’agenzia di stampa Tasnim, considerata vicina ai Pasdaran. Trump ha poi scritto sul suo social Truth: “Ottime notizie! Sono appena stato informato che le otto manifestanti donne che sarebbero state giustiziate stasera in Iran non lo saranno più. Apprezzo i leader di Teheran”. Ma la doccia fredda sulle ambizioni del presidente Usa è arrivata dopo le notizie giunte dallo Stretto di Hormuz riguardo alle navi sequestrate dagli stessi Guardiani della Rivoluzione. I “paramilitari” di Teheran hanno confermato di avere bloccato la Msc Francesca perché accusata di essere “collegata a Israele”. Mentre l’altra nave, la Epaminondas, di proprietà della compagnia greca Technomar Shipping ma gestita sempre da Msc, sarebbe stata sprovvista dei “permessi necessari” e aveva “manomesso i sistemi di navigazione”. Atene ha smentito questo secondo sequestro. In ogni caso, è il segnale di come le acque di Hormuz siano ancora bollenti. Tanto più dopo che The Donald ha confermato che non rimuoverà il blocco poiché “l’Iran sta collassando finanziariamente”.

In futuro, qualora fosse approvata la coalizione internazionale per mettere in sicurezza e bonificare lo stretto, anche l’Italia sarebbe in prima linea. Come ha spiegato il capo di Stato maggiore della Marina Militare, Giuseppe Berutti Bergotto, a Cinque Minuti, “la pianificazione prudenziale che ha fatto il capo di Stato Maggiore della Difesa prevede un gruppo basato su due cacciamine con un’unità di scorta e una logistica che ci permette di aumentare il periodo”. Quattro navi che non saranno sole, ma parte di un’operazione che dovrebbe coinvolgere, a detta del vertice della Marina, sicuramente cacciamine da Francia, Regno Unito, Belgio e Paesi Bassi. Tuttavia, questo rappresenta solo uno dei tanti dossier che rendono ancora complesso il negoziato tra Iran e Stati Uniti. Sul tavolo non c’è solo lo stretto o il nucleare, ma anche l’intera rete di milizie legate alla Repubblica islamica in tutto il Medio Oriente. Ed è proprio su questo aspetto che la trattativa potrebbe diventare particolarmente complicata, se non impantanarsi. A detta del Wall Street Journal (che ieri ha ricevuto la furiosa risposta di Trump sul fatto di essere “preso per fesso”), l’amministrazione Usa avrebbe iniziato a premere soprattutto sull’Iraq. Baghdad, che oscilla tra Washington e Teheran, sembra infatti essere messa sempre più alle strette. Il Dipartimento del Tesoro ha bloccato un aereo che doveva trasferire 500 milioni di dollari in contanti alla Banca centrale irachena e che erano i proventi della vendita di greggio di Baghdad depositati presso la Federal Reserve.

Secondo i funzionari sentiti dal Wsj, questo sarebbe il secondo blocco dalla fine di febbraio, cioè da quando Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. E a detta delle fonti, Washington avrebbe anche fermato i programmi di addestramento per le forze armate irachene. Tutto questo sarebbe il frutto di un ultimatum: gli Usa vogliono che il governo di Baghdad smantelli definitivamente la rete di gruppi armati sostenuti da Teheran. Per l’amministrazione Trump, le milizie sciite rappresentano una vera e propria spina nel fianco soprattutto per le basi americane nella regione ma anche per il peso che hanno all’interno del governo iracheno (specialmente Kataib Hezbollah e Asaib Ahl al-Haq), ma le sigle filoiraniane sono un problema anche su altri fronti. In Yemen, gli Houthi sembrano di nuovo sull’orlo di riprendere gli attacchi nel Mar Rosso. Mentre in Libano, dove ieri è morto uno dei soldati francesi di Unifil feriti nei giorni scorsi, il nodo-Hezbollah rimane una questione cruciale per Beirut come per Israele. Oggi sono attesi i nuovi colloqui tra funzionari israeliani e libanesi. E il presidente Joseph Aoun spera nella proroga della tregua.