Medio Oriente
Hormuz e il regime di transit passage: uno Stretto internazionale deve restare aperto
La frase del CEO di ADNOC, Sultan Ahmed Al Jaber, è giuridicamente ineccepibile: lo Stretto di Hormuz non è proprietà iraniana e non può essere chiuso a discrezione. Ma fermarsi qui significa confondere la norma con la realtà. Nel 2026 il problema non è chi abbia titolo legale sul passaggio, bensì chi riesca a manipolarne costi, tempi e prevedibilità. Il diritto del mare prevede il regime di transit passage: uno Stretto internazionale deve restare aperto. È un pilastro dell’ordine liberale che Europa e Stati Uniti hanno costruito e difeso. Tuttavia, la storia recente dimostra che la legalità non neutralizza la coercizione. Se la sicurezza operativa degrada, la libertà di navigazione sopravvive nei trattati ma si svuota nei fatti. Il punto è materiale prima ancora che normativo.
Secondo l’International Energy Agency, quasi 20 milioni di barili al giorno transitano da Hormuz, insieme a una quota critica di gas naturale liquefatto. Le alternative sono strutturalmente insufficienti: pipeline saudite ed emiratine coprono solo una frazione del fabbisogno. Il sistema globale non ha ridondanza. Questo trasforma ogni frizione locale in uno shock sistemico. È qui che entra in gioco la strategia dell’attrito. L’Iran non ha bisogno di chiudere lo Stretto per esercitare potere. Gli basta rendere il passaggio più rischioso: interferenze, minacce episodiche, ambiguità operative. I segnali raccolti da Joint Maritime Information Center e UK Maritime Trade Operations indicano traffico ridotto, rotte alterate, comportamenti difensivi. Anche senza prove definitive di escalation estrema, il mercato ha già reagito. E i mercati non leggono codici giuridici: prezzano il rischio. Premi assicurativi in salita, noli più alti, congestione logistica. Basta questo per trasformare uno Stretto “aperto” in un corridoio economicamente instabile. È la differenza tra sovranità formale e controllo effettivo.
La risposta, in un’ottica liberale e atlantica, non può essere solo retorica normativa. Serve deterrenza credibile. Gli Stati Uniti restano l’unico attore capace di garantire sicurezza marittima su scala globale. L’approccio assertivo promosso da Donald Trump – chiarezza sulle linee rosse, protezione delle rotte, pressione sugli attori destabilizzanti – va letto in questa chiave: non escalation, ma prevenzione del collasso sistemico. Per l’Europa il messaggio è meno comodo. Anche se importa meno direttamente dal Golfo, subisce pienamente gli effetti di prezzo e di logistica. Il rischio sul jet fuel e sulle catene di approvvigionamento è reale. Senza sicurezza marittima, la transizione energetica resta una promessa fragile. L’autonomia strategica europea, se non si ancora alla cooperazione transatlantica, rischia di essere un’illusione costosa. Nel quadro regionale, anche Israele svolge una funzione indiretta ma rilevante. La sua capacità di contenere attori ostili contribuisce a limitare l’espansione dell’instabilità. La cooperazione con i Paesi del Golfo e con Washington non è un fattore di tensione, ma un moltiplicatore di sicurezza. Riduce lo spazio operativo per strategie di attrito.
La posizione di Abu Dhabi va quindi letta per quello che è: non solo una difesa del diritto, ma un tentativo di evitare la normalizzazione della coercizione. Se il mondo accetta che uno Stretto resti formalmente aperto ma sostanzialmente filtrato dal rischio, allora si apre un precedente pericoloso. Non serve chiudere Hormuz: basta farlo funzionare male. L’inferenza più prudente è che Teheran punti proprio a questo equilibrio: abbastanza pressione da influenzare i prezzi e ottenere leva politica, ma non così tanta da provocare una risposta militare compatta o danneggiare partner chiave come la Cina. È una strategia sofisticata, che sfrutta la zona grigia tra pace e conflitto. La conclusione è netta. Al Jaber ha ragione sul piano giuridico. Ma il rischio sistemico nasce altrove: nella capacità di trasformare la geografia in potere coercitivo. Difendere Hormuz significa allora difendere qualcosa di più ampio: la credibilità dell’ordine internazionale. E questa credibilità non si regge solo sulle regole. Si regge su tre pilastri: deterrenza militare, alleanze politiche e fiducia dei mercati. Se uno di questi cede, anche il diritto più solido diventa, semplicemente, un testo senza forza.
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