Esteri
Negoziato fallito tra Washington e Teheran. Ora il soft power può cambiare la crisi
Il vicepresidente degli Stati Uniti Vance con la sua delegazione ritorna in Patria. Nulla di fatto. Almeno per ora. Con molta amarezza e tanta rabbia per Trump. Ma proprio il Presidente sa bene che l’impulso rovina ed il thinking slow porta frutto. Ed ora quindi? Teheran risponde: “La diplomazia non finisce mai”. Vance riferisce: “Non c’è la promessa da parte dell’Iran di abbandonare definitivamente l’arma nucleare, nonostante siamo stati piuttosto accomodanti”. Mentre secondo Teheran i negoziati sono falliti per le richieste irragionevoli degli Stati Uniti. Era quasi ovvio che nessuno credesse in un accordo al primo negoziato.
Negoziato fallito tra Washington e Teheran
Dunque le consultazioni continueranno ed Esmail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, riferisce tramite l’agenzia di stampa Irna, che la diplomazia deve necessariamente continuare e che l’apparato diplomatico è strumento imprescindibile per garantire, proteggere e preservare gli interessi nazionali. Le consultazioni tra Iran, Pakistan e paesi amici e confinanti continueranno. Il Pakistan, paese che aveva favorito la mediazione, ottenendo il cessate il fuoco di due settimane, chiede a Washington e Teheran di rispettare comunque il cessate il fuoco. Secondo le prime ricostruzioni, Hormuz, Libano, nucleare, sanzioni, asset congelati e riparazioni di guerra sono stati i principali ostacoli che hanno impedito un accordo. Dopo il fallimento dei colloqui l’Iran comunque non ha fretta di avviare un nuovo negoziato, né ci sarà alcun cambiamento nella situazione nello Stretto di Hormuz, a meno che gli Usa non accettino un accordo ragionevole. È palpabile un muro contro muro molto forte, che non fa sicuramente ben sperare per gli incontri futuri: ognuno sembra essere ben arroccato sulle proprie posizioni e poco disponibile a cedere.
Ora il soft power può cambiare la crisi
Ed allora come procedere? Perché non pensare a modelli di soft power dove si potrebbe valutare un completo capovolgimento di fronte degli asset di contrattazione? Esistono anche modelli indiretti di poter esercitare il potere che si discostano totalmente dalle risorse tangibile tipiche dell’Hard Power: si possono ottenere i risultati sulla scena politica internazionale con un potere indiretto e cooptativo. È un tipo di potere che non si basa su risorse come il prodotto interno lordo, la forza militare o quella demografica, che invece sono comportamenti del potere diretto che comanda, ma sul potere di convincere altri a fare ciò che si vuole. È un potere tangibile che attrae e seduce. Gli Stati Uniti, in preda all’ossessione del declino economico e geopolitico, con la paura di poter perdere la posizione predominante di superpotenza economica e di dominio militare, forse sbaglia paradigma. Si dovrebbe puntare su un concetto di potere nuovo, specchio di una rivalutata forza americana che dovrebbe dominare in un modo diverso, lasciando intendere anche agli altri attori politici sulla scena internazionale che il contesto dei colloqui e delle relazioni muta in un nuovo contesto che stupisce e lascia pensare. Bisogna valutare questa possibilità anche sugli altri scenari bellici: uno sviluppo di Soft Power anche per la nascita e la crescita delle democrazie nelle parti del globo dove esistono ancora regimi e dittature insopportabili. Questo cambio di paradigma potrebbe concentrarsi su di un equilibrio, anche mediato da una politica militare forte, a volte necessaria, ma alla fine poterebbe il trionfo della novità e del cambiamento della forza e del potere delle idee.
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