L'intervista
Massimiliano Salini: “Tra Groenlandia Ucraina e Venezuela, l’Europa si svegli”
Eurodeputato di Forza Italia, Massimiliano Salini segue da anni i dossier europei più sensibili: difesa comune, politica estera, rapporti transatlantici.
Onorevole Salini, lei avverte che senza un’azione concreta sulla Groenlandia l’Europa rischia di lasciare campo libero a Trump. Qual è oggi il vero vuoto strategico europeo nell’Artico, anche rispetto alla presenza russa e cinese?
«L’Europa, a differenza di altri attori globali, non ha mostrato di avere una vera strategia sull’Artico. Non solo in termini militari, ma anche industriali, scientifici, di ricerca e di trasporti. Esistono iniziative, soprattutto dei Paesi del Nord e della Danimarca, ma manca un’autentica azione europea coordinata. Al contrario, la Russia ha sviluppato una strategia crescente già dagli anni Novanta, accelerata dopo il 2000, mentre la Cina ha investito soprattutto sul piano dei trasporti. Questa presenza russo-cinese, ormai strutturale, costringe l’Europa a intervenire. Serve una strategia positiva e costruttiva che sia il presupposto di qualunque funzione difensiva, anche se oggi questo tema viene sollevato da Donald Trump in modo spesso fuori misura».
Lei propone un secondo livello di risposta europea. Quale dovrebbe essere?
«A fronte delle minacce e delle dichiarazioni sproporzionate di Trump, la risposta europea dovrebbe essere un corretto posizionamento strategico. Se esiste una strategia industriale, scientifica e geopolitica sull’Artico, allora si può arrivare anche a una presenza militare europea, come ha detto Emmanuel Macron e come io condivido».
Una presenza militare europea in Groenlandia: con quali funzioni e limiti?
«Parliamo di deterrenza. Non c’è un conflitto in corso né un’aggressione attuale, ma esiste un rischio segnalato da un grande alleato. Il contingente europeo di pronto intervento, che esiste ma è di fatto inattivo, potrebbe garantire una presenza e una logistica militare con funzione di pura deterrenza».
Questo contingente avrebbe un Paese guida?
«Normalmente è necessario un Paese quadro di riferimento. In questo caso potrebbe essere la Danimarca, visto il suo ruolo diretto. Ma il punto centrale è agire: lo spazio lasciato vuoto viene occupato male da Trump, e la responsabilità è nostra se quello spazio resta vuoto».
Lei dice che qui si gioca la credibilità dell’Europa. Perché?
«Perché la Groenlandia, pur non facendo parte dell’Unione Europea, resta dentro un Paese europeo e nella Nato. Ha diritto a essere difesa dagli europei. Se accadesse ciò che è stato minacciato, sarebbe uno scossone enorme al progetto europeo, forse il più simbolico».
Passiamo all’Ucraina. Macron spinge per un presidio europeo: lei sarebbe d’accordo?
«Siamo di fronte a una situazione contraddittoria. Da un lato Italia e Germania hanno proposto l’applicazione dell’articolo 5 della Nato per l’Ucraina, pur non essendo membro dell’Alleanza. Dall’altro decidono di non impiegare proprie forze militari. La proposta di Macron e Starmer è diversa: riguarda un presidio in fase di cessazione del conflitto. La logica c’è, ma l’asimmetria resta evidente».
Il governo italiano riesce a tenere questa linea?
«Sta cercando di rimanere agganciato al treno dei volenterosi da protagonista, con proposte come quella sull’articolo 5. Tuttavia esistono posizioni diverse all’interno dell’esecutivo che a volte aprono piccole falle. Io sto con il PPE: bisogna avere la coerenza di impegnarsi di più, anche con militari italiani sul campo ucraino, per presidiare la pace. Quando ci sarà».
Il Partito Popolare Europeo dice anche che si dovrebbero colpire le postazioni missilistiche in Russia.
«Lo condivido pienamente. Non parlo di obiettivi civili, che non devono essere colpiti, ma di basi militari da cui partono attacchi contro ospedali e città ucraine. Impedire all’Ucraina di fermare i missili prima che partano significa negarle una difesa minima».
Veniamo al Venezuela. Lei ha parlato di una possibile deposizione concordata di Maduro: su cosa si basa?
«Su informazioni circolate nel dibattito e sulla stampa americana prima del blitz negli Stati Uniti. Si è parlato di una deposizione concordata, con una possibile sostituzione interna, anche con la vicepresidente Rodríguez, e due scenari: Maduro che resta in patria o che va in Turchia. Questa ipotesi si è poi fermata, ma restano elementi significativi, come l’indisponibilità a riconoscere l’opposizione democratica di Machado e l’ipotesi di una transizione con un governo provvisorio».
Trump ora parla anche di elezioni anticipate per il Venezuela. È una svolta credibile?
«All’inizio non se ne parlava, ora il tema emerge. È l’unica prospettiva accettabile. Senza una prospettiva democratica, lo scenario resta quello della tutela di interessi particolari, anche occidentali. È vero che è meglio che il petrolio venezuelano sia gestito dall’Occidente piuttosto che da Russia e Cina, ma questo “meglio” perde senso se non si accompagna a una vera prospettiva democratica per il Venezuela».
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