C’è un riflesso condizionato, quasi un tic nervoso, che scatta ogni volta che la storia accelera bruscamente. Che cadano bombe a Kiev, che si infiammi il Medio Oriente o, come in queste ore, che gli Stati Uniti decidano di riprendersi il controllo del cortile di casa venezuelano, la domanda è sempre la stessa. Un ritornello stanco, quasi una giaculatoria che finisce per irritare pure noi che la recitiamo a memoria: “E l’Europa dov’è?”.

Ormai il nostro vecchio e caro continente viene evocato come un’entità mistica, un deus ex machina che dovrebbe scendere dalle nuvole, imporre la pace, distribuire diritti e fermare gli eserciti con la forza della persuasione morale. La realtà, però, è che l’Europa non risponde mai. O meglio: non risponde all’altezza dell’urgenza e della brutalità dei tempi.

Prendiamo il caso Venezuela. Mentre noi ci perdiamo in distinguo giuridici sulla sovranità violata, Washington ha agito. Ha rimosso un proxy di Russia e Cina – nonché partner strategico e industriale dell’Iran di Khamenei – dai Caraibi. E noi possiamo discutere sui metodi, ma dobbiamo avere l’onestà intellettuale di guardare ai potenziali vantaggi concreti che ne possono derivare per l’Europa. Perché ce ne sono. Il ritorno del Venezuela nella sfera occidentale non è solo una vittoria americana, può essere una boccata d’ossigeno per noi. Significa riportare le più grandi riserve petrolifere del mondo dentro un perimetro di mercato accessibile e (più) sicuro. Significa diversificare le fonti energetiche, rendendoci meno ricattabili dalle autocrazie orientali o dalle instabilità mediorientali. In fondo gli Usa, con la loro rude Realpolitik, ci stanno indirettamente togliendo le castagne dal fuoco, lavorando per una stabilità energetica che la nostra diplomazia, fatta di comunicati stampa e indignazione, non avrebbe mai ottenuto.

Detto questo, c’è un rovescio della medaglia che dovrebbe far tremare i polsi a Bruxelles, molto più dell’esibizione dei muscoli a Caracas. L’interventismo americano sta cambiando pelle. Non è più (solo) polizia globale, è acquisizione di asset strategici. E, se il Venezuela è il recupero di un asset energetico, le voci sempre più insistenti sull’interesse di Trump per la Groenlandia ci dicono che il mercato si sta allargando.  Qui la domanda “E l’Europa?” smette di essere retorica e diventa vitale. Perché la Groenlandia non è Sudamerica: è Danimarca. È Europa. È territorio nostro, strategico per le rotte artiche e le risorse minerarie del futuro. Se la logica diventa quella dell’acquisizione ostile, se la geopolitica si trasforma in real estate, allora è davvero il momento di decidere cosa vogliamo fare da grandi.

Non possiamo continuare a essere gli spettatori paganti della storia, quelli che beneficiano della sicurezza garantita dagli altri (in Venezuela) ma si scandalizzano per i modi, e che poi rischiano di vedersi sfilare pezzi di sovranità (in Groenlandia) perché incapaci di presidiarli. L’Europa deve smettere di chiedersi dove sia, e iniziare a tutelare i suoi interessi con lo stesso cinismo dei suoi alleati e dei suoi avversari. Altrimenti, tra un’indignazione e l’altra, finiremo per essere non i commensali al tavolo delle grandi potenze, ma la pietanza nel piatto.