Medio Oriente
Il regime degli ayatollah ha paura dei giovani: hanno un telefono ed è abbastanza
Sono cresciuti con TikTok e Instagram, non con i sermoni del venerdì. Hanno un inglese fluido, un gusto estetico che guarda all’Occidente e una capacità di comunicare che nessuna censura riesce più a soffocare. Sono la Generazione Z iraniana, l’unica vera minaccia esistenziale per il regime degli ayatollah. Non hanno armi, non lanciano missili, non preparano rivoluzioni negli scantinati. Hanno un telefono. Ed è abbastanza.
Il regime degli ayatollah ha paura dei giovani
Per anni i giovani iraniani hanno usato i social come mezzo di evasione: video leggeri, sketch sul costo della vita, ironia sul taarof, un cerimoniale cortese persiano, che prevede di rifiutare un’offerta tre volte prima di accettarla. Poi, all’improvviso, il tono è cambiato. La risata è diventata un grido.
La crisi in Iran
La crisi che ha svegliato il Paese non è stata politica, e nemmeno ideologica. È stata fisica. Tangibile. Brutale. L’Iran sta vivendo la peggiore crisi idrica della sua storia recente: sei anni consecutivi di siccità hanno svuotato dighe, prosciugato laghi, costretto città e villaggi al razionamento. Le immagini che circolano online sono impietose. “Prima e dopo”: giovani che nuotavano in bacini turchesi, paragonati all’inquadratura di oggi — un deserto arido e screpolato.
I motivi della crisi e le proteste
Il caso più simbolico è quello del Lago Urmia, un tempo il più grande del Medio Oriente, oggi quasi totalmente scomparso. Il problema non è solo climatico. È gestionale. Per decenni, la Repubblica Islamica ha deviato fiumi, costruito dighe inutili, sfruttato le falde sotterranee fino al collasso. Oggi quel disastro torna indietro come un boomerang politico. La crisi idrica è diventata un motore di protesta. È difficile convincere un popolo che il nemico si trova a migliaia di chilometri quando non riesci a fornire l’acqua per una doccia. E qui si apre un paradosso enorme: la tecnologia per iniziare a risolvere questo disastro esiste. Si chiama desalinizzazione, riciclo, gestione intelligente delle risorse idriche. E il Paese che negli ultimi decenni ha sviluppato le tecniche più avanzate sul pianeta in questo campo è proprio Israele. Il nemico giurato degli Ayatollah, il piccolo satana. Un aiuto impossibile da considerare oggi, inimmaginabile sotto questo regime. Ma non per sempre. La capitale, Teheran, non vive solo la sete. Vive, letteralmente, il crollo del terreno. Per compensare la siccità, per anni si è pompata acqua dalle falde sotterranee come se non ci fosse un limite. Il risultato? La terra sotto la metropoli sta collassando. In alcune zone, il suolo scende di trenta centimetri l’anno. Si aprono voragini in mezzo alle strade. Quartieri interi sono instabili.
C’è chi, come il presidente Pezeshkian, parla — seriamente — della necessità di evacuare Teheran e di costruire una nuova capitale altrove. È uno scenario talmente apocalittico che in qualunque altro Paese provocherebbe una catastrofe politica. In Iran è una notizia di cronaca. Mentre l’ambiente crolla, anche la narrazione ufficiale cede. Nei video, virali, compare un paragone esplosivo: da un lato l’inglese impacciato dei funzionari del regime; dall’altro l’inglese aristocratico, fluido, moderno dello Shah. I giovani — che non l’hanno mai conosciuto — confrontano immagini, stili e dignità. E lo dicono apertamente: lo stile dei padri della Repubblica Islamica appartiene al medioevo. Nelle proteste riappare la bandiera della Persia. Si bruciano le foto di Khomeini e Khamenei. Non di nascosto, non tremando. Ma a volto scoperto. E arriva anche un messaggio diretto a Israele, ripetuto in migliaia di video: “Non serve che ci attacchiate. Questo regime distruggerà l’Iran da solo.” È una frase che un tempo sarebbe stata impensabile. Oggi è un trend.
I ragazzi sognano una vita normale, sono tutti ciò che gli Ayatollah non possono gestire
Per un regime che vive di simboli, di paura, di controllo, l’idea che milioni di ragazzi possano decidere di vivere una vita normale — di vestirsi come vogliono, amare chi vogliono, lavorare dove vogliono, prendere in giro il regime — è molto più pericolosa di qualsiasi arsenale militare. I giovani iraniani sono tutto ciò che gli Ayatollah non possono gestire: moderni, connessi, disincantati, allergici all’ideologia. Non credono più alle narrazioni eroiche della “resistenza”. Non credono che Israele sia il nemico. Non credono che la colpa sia dell’Occidente. Credono a ciò che vedono: un Paese arretrato, impoverito, assetato, che sprofonda. Nel prossimo futuro potremmo scoprire una verità sorprendente: Il crollo della teocrazia Khomeinista potrebbe avvenire non dal cielo, ma dalla parte più vitale della società; i giovani iraniani potrebbero fare per la libertà del loro Paese molto più di quanto possano fare gli aerei israeliani.
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