Malumori tra gli alleati
Dal caro energia alla spinta sul riarmo, divisioni interne nel partito di Takaichi: la premier giapponese accusata di asservimento a Trump
Il primo ministro giapponese, Sanae Takaichi, nonostante i solidi consensi nei sondaggi, sembra essere vittima di una faida interna al proprio schieramento. Nel Partito liberaldemocratico si è aperta infatti una guerra di posizione tra esecutivo e correnti che punta a logorarla, abbassarne il gradimento e condizionarne l’azione. A Nagatacho, il cuore della politica nipponica, si moltiplicano indiscrezioni, retroscena e messaggi indiretti dei padrini di partito. Per il Japan Times è il metodo classico del campo conservatore: non colpire frontalmente il capo del governo, ma eroderne per gradi i consensi, fino a trasformarlo in un avversario più malleabile.
Ad inizio aprile Takaichi ha smentito direttamente notizie sulla sua presunta indisponibilità a partecipare al dibattito parlamentare sulla spinosa questione energetica. Mentre nei giorni successivi si è dovuta difendere dagli attacchi dei capicorrente che hanno paragonato il suo stile a quello di Donald Trump, affermando che la premier con la sua guida carismatica e il dialogo diretto con gli elettori, ha sminuito la pluralità delle anime del partito. Tanto che il 14 aprile la testata online Gendai Business ha sottolineato che per la sua mancanza gestione poco collegiale per alcuni esponenti liberaldemocratici è definita un “primo ministro hikikomori”. Ancora più pesanti sono state le indiscrezioni personali. Un ex esponente della fazione Abe ha fatto filtrare osservazioni sul suo stato di salute: i guanti neri, attribuiti all’artrite reumatoide, l’aspetto emaciato, l’aumento delle sigarette, dubitando della sua capacità di concludere il mandato.
Il caso più sensibile riguarda Naoya Imai, consigliere del Segretariato di Gabinetto e uomo-chiave del lungo ciclo abeiano. Secondo il retroscena della rivista Sentaku, Takaichi avrebbe avuto con lui uno scontro sulla possibilità di inviare le Forze di autodifesa nello Stretto di Hormuz, su richiesta di Trump. Lei ha negato in Parlamento che Imai le abbia mai parlato in quei termini. Secondo i media nipponici, l’obiettivo di queste accuse è quello di diffondere l’idea di una rottura fra la premier e uno dei garanti della continuità amministrativa dell’era Abe, oltre che denunciare il suo asservimento a Washington. Ciò anche al fine di indebolire la sua campagna per il riarmo.
Sullo sfondo emerge la figura di Taro Aso, ex primo ministro, vicepresidente del partito, che ha fatto filtrare alla stampa un raffreddamento nel rapporto tra il primo ministro e la fazione ultraconservatrice di cui è espressione. In questo quadro, tra i principali fattori di destabilizzazione, spiccano gli attacchi dei componenti della fazione filocinese dei conservatori e dei pacifisti centristi che, allarmati dalle posizioni del governo su Taiwan e dal rapporto con Pechino, vogliono un cambio di rotta rispetto alle posizioni nazionaliste della premier.
L’LDP della premier è diviso. Da una parte, alcune anime della destra del partito sembrano lavorare sottotraccia per ottenere più spazio e peso negli equilibri governativi. Dall’altra, la fronda centrista non mira solo a ridurre l’autonomia della premier, ma soprattutto la sua linea assertiva. Una convergenza parallela che rischia di minare la solidità della proiezione atlantica e pro sicurezza a vantaggio solo degli altri partner regionali. In questo senso i prossimi mesi saranno un banco di prova importante per la premier per dimostrare che, oltre ad aver vinto la sfida delle elezioni, deve saper affrontare anche quella della gestione delle correnti.
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