Dieci anni senza Marco Pannella. Eppure, nessuno lo ha davvero archiviato. Anzi: il tempo trascorso ha reso ancora più evidente quanto la sua opera abbia inciso sulla vita pubblica e, per contrasto, quanto la politica contemporanea appaia impoverita, ripiegata su sé stessa, incapace di mobilitare coscienze senza ricorrere alla violenza verbale, alla demagogia, all’insulto permanente o alla distribuzione di favori elettorali. Pannella, oggi, è soprattutto questo: il rimpianto di una politica che sapeva combattere battaglie scomode senza trasformarsi in tifoseria. Una politica che parlava alle minoranze, agli ultimi, ai dimenticati. Una politica che considerava il denaro pubblico materia sacra e non bottino da spartire. In un’Italia soffocata dall’ipertrofia della politica politicante, la sua figura riemerge come una provocazione morale prima ancora che civile.

Molti cattolici, pur avendolo avuto come avversario durissimo nelle campagne sul divorzio e sull’aborto, gli hanno riconosciuto un tratto raro: la coerenza dell’impegno non violento. Le sue battaglie contro la pena di morte, per la dignità dei detenuti, contro lo sfruttamento minorile, la schiavitù e la prostituzione forzata furono campagne concrete, ostinate, spesso solitarie. Su quei fronti, poche altre realtà mostrarono la stessa tenacia, eccezion fatta per la Chiesa cattolica. Si racconta che San Giovanni Paolo II lo definì “uomo di carità”: stima e simpatia che valsero più di tante posizioni ufficiali.

Eppure le burocrazie politiche continuano a trattare Pannella con imbarazzo. A Roma, una targa commemorativa è diventata terreno di resistenze e cavilli; la sua figura disturba ancora. Disturbava la sinistra, che non gli perdonava la capacità di smascherarne le tante ambiguità e di trascinarla, spesso controvoglia, sui temi che egli riusciva a imporre all’opinione pubblica. Disturbava anche i sedicenti liberali, insofferenti verso il rigore con cui denunciava il debito pubblico, il clientelismo, l’invadenza dello Stato nell’economia e il disprezzo sistematico del merito. Pannella aveva compreso prima di altri che la partitocrazia avrebbe finito per divorare la democrazia liberale. Aveva intuito che le istituzioni non possono diventare proprietà dei partiti e che senza partecipazione reale dei cittadini la Polis si svuota, lasciando spazio soltanto agli apparati, alle burocrazie, alle oligarchie organizzate. Molte delle sue intuizioni appaiono oggi persino più attuali di ieri. La spesa pubblica allegra presenta il conto. I corpi intermedi si burocratizzano. I luoghi della partecipazione civile si rarefanno. La politica perde il contatto con la società e si riduce a gestione del consenso immediato.

Ricordare Marco non è nostalgia. Significa, piuttosto, fare i conti con ciò che l’Italia è diventata e interrogarsi su ciò che potrebbe ancora essere. Perché il futuro, prima di essere costruito, deve avere il coraggio di confrontarsi con le verità scomode del passato. Pannella ricorda questo.