Di Franco Battiato, morto ieri a 76 anni nella sua casa di Milo, in Sicilia, chi lo ha conosciuto fin dal tempo dell’inizio, dagli esordi, o quasi, dai primi dischi segnati dall’anticarisma sonoro delle avanguardie, Fetus, Pollution e Sulle corde di Aries, apparsi tra il 1972 e l’anno successivo, manterrà sempre un’immagine, meglio, una percezione stilistica ed esistenziale prossima alla metafora della tessera del domino, dove appunto la sua esistenza avventurosa di compositore e interprete di se stesso, sembra possa essere divisa in due parti, nette distinte: il nero della sperimentazione, talvolta perfino feticistica, di maniera, e il bianco del canto infine concesso nella sua pienezza perfino popolare, tuttavia di un qualcosa che sembra volersi accostare al sinfonico, al “lied”, forse anche alle villanelle settecentesche, delle danze ungheresi, l’insieme sia pure riveduto e corretto, così nell’impasto d’ogni possibile sonorità. Oltre i tric-trac e la formaldeide accattivante del pop o del “progressive”.

Le influenze esotiche ed esoteriche, le spezie allegoriche e talvolta la stessa paccottiglia d’Oriente, come in un quadro di Delacroix tra le donne di Algeri e la morte di Sardanapalo tra ori, sete e broccati, sguardo da viaggiatore, compiono il resto. Sembra che quando, i critici della sua stagione successiva, stupiti dalla svolta, provarono a interrogarlo su come mai avesse a un certo punto abbandonato la fumisteria d’avanguardia per dedicarsi a un andamento compositivo, diciamo pure, almeno inizialmente, tra pop e, appunto, pop progressivo, Battiato abbia detto che il trapasso era stato fluido, facilissimo, naturale, già, «mi sono messo lì, e ho deciso di farlo, nessuna fatica, è stata una semplice decisione». In breve, non restava che scegliere altri pentagrammi, ottoni, legni, voci, cori, sintetizzatori.
Del primo Battiato ricorderemo i collage sonori, titoli come Ethika fon ethica, già del 1974, con Clic, tra John Cage e altri maestri della dissonanza perfino extra-melodica, quando lo sperimentalismo appariva forse doveroso, un dato di militanza antiestetica al passo con le orme di mammut delle avanguardie, magari con la stessa sfacciataggine esibizionistica che si concesse in una foto pubblicitaria dei divano “Busnelli”, lo scatto è di Gianni Sassi, art director, compagno di strada, maestro di molta comunicazione musicale: Battiato, il volto truccato di biacca, i pantaloni a stelle e strisce Usa, le zeppe, gli occhiali degni di un’appendice d’arancia meccanica di Kubrik.

Eppure, facendo ancora di più macchina indietro nel tempo, riavvolgendo il nastro di suoi esordi da ragazzo, c’è anche modo di trovarlo, nel 1967, in un album dei cantanti – figurina bisvalida “Panini”, la numero 199 – giacchetta da beat, foularino degno del collega Lucio Battisti dei “fiori rosa, fiori di pesco”, montatura alla Peppino Di Capri. Insomma, questo per dire che l’uomo, il professionista, il cammello in carovana verso il successo compiuto, per sua storia, mistica risaputa a parte, è altrettanto assimilabile al tempo delle chitarre “Eko” del Cantagiro. Poi, come sappiamo, la svolta, dove il catanese Battiato raggiunge, tocca, conquista un’aura quasi da derviscio, Battiato maestro, forte di un registro, come dire, sapienziale ostentato. In verità, a dirla tutta, dimenticavo, la prima volta che ad alcuni ragazzi, già modellati nell’ascolto attento e “colto” della sua produzione iniziale, accadde di ascoltare L’era del cinghiale bianco, sarà stata la tarda estate del 1979, sebbene già fan, gli stessi ebbero fatica a riconoscere subito sia la voce sia l’autore del brano, sembrò infatti una sorta di “tradimento”, uno scadimento, una inaccettabile concessione alla musica “commerciale”, sorta di “new have” assimilabile ai popcorn sonori; il dato che a distanza di quarant’anni quel brano sia considerato un piccolo scrigno di perfezione musicale e compositiva potrebbe valere sia nella direzione della conquista del canto libero sia della regressione. Un tradimento allo spirito della ribellione accademica, che in qualche modo, con la sua rivolta, aveva lambito anche Battiato.

Personalmente, abbiamo modo di ricordarlo in un locale “alternativo” di Palermo, La Locanda degli Elfi, per un concerto ancora artigianale, tra voce e forse “moog”, un istante prima della svolta definitiva verso i grandi numeri, il riscontro commerciale, l’arena dei fan pronta ad aprirsi a dismisura, perfino per “Discoring”. Pensando agli album da hit-parade come La voce del padrone, la copertina iconica, di un esotismo afro-tirolese, il vezzo del codino, il protagonista visto di scorcio seduto tra palme, scirocco e accenni di design neo-suprematista, e siamo nel 1981, con brani-citazioni quali Bandiera bianca, Centro di gravità permanente, Cuccurucucù, dove si mescolano «gesuiti euclidei vestiti come bonzi», «programmi demenziali con tribune elettorali», Minima Immoralia, «furbi contrabbandieri macedoni», e ancora lui che «a Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata; a Vivaldi l’uva passa, che mi dà più calorie…», compreso il rimando al mistico per signore da boulevard Georges Gurdjieff. Se la formula del “pastiche” letterario può essere assimilata alla musica, ed è proprio il caso di Battiato, con le sue citazioni incastonate nelle canzoni, cominciando dai titoli-sticker, sembra quasi che l’uomo voglia comporre una sorta di “gran tour” musicale e narrativo; quanto all’esotismo citazionistico, talvolta è tragicamente di maniera si è già detto. In questo senso, dobbiamo anche ricordarlo pittore, con immagini che rimandano alla tradizione culturale “sufi”, così come lo ritroviamo cantare seduto in posizione prossima a quella del loto.

Da un certo momento in poi da quel suo “pastiche”, comprensivo di “cavigliere” e «una vecchia bretone con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù», e ancora di quanto «il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire», «la stagione dell’amore viene e va. All’improvviso senza accorgerti, la vivrai, ti sorprenderà», «percorreremo assieme le vie che portano all’essenza. I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi, la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi», «supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare». E su tutto, ancora una volta, «le cavigliere del Katakali», e via cantando, con un intento mistico, meglio sapienziale, come nel caso de La cura, sovente utilizzata perfino come viatico, ex-voto per scongiurare l’addio, il necrologio, come medicamento melodico. Così come altrove si attribuisce valore di canto “civile”, a una composizione come Povera patria, eppure Battiato non sarà mai un autore “politico”, quasi guardasse le cose dall’alto della sua villa di Milo. Se esiste il dio dell’antiretorica circa la mistica d’importazione, lo stesso che abbia guardato a tutti i Gurdjieff del mondo con il sorriso dell’ironia, è ora che si mostri. Sul suo stato reale di salute negli ultimi anni, i suoi cari hanno mantenuto un riserbo siciliano quasi secentesco.

Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “La peste bis” (1997), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Pasolini raccontato a tutti” (2014), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "I promessi sposini" (2019). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube.