«Abbiamo la responsabilità di organizzare la maggioranza alternativa al governo»: così Elly Schlein, euforica, la notte del 23 marzo 2026, quando il No al referendum sulla separazione delle carriere aveva vinto con il 53,7%. Era partita la grande illusione. I magistrati avevano fatto il lavoro sporco — campagna, manifesti, convegni — e il risultato sembrava consegnare alla sinistra le chiavi di Palazzo Chigi con due anni di anticipo.

Venezia e Reggio alla destra

La storia, però, ha un pessimo senso dell’umorismo. Meno di due mesi dopo, le elezioni comunali del 24-25 maggio hanno restituito il conto. Il centrodestra tiene Venezia — obiettivo dichiarato della stessa Schlein — con Venturini al 53%, lasciando il senatore Martella al 37%. Cacciari ha liquidato la sconfitta: «Mio nipote avrebbe preso più voti». A Reggio Calabria Cannizzaro di Forza Italia vince con il 66%, seppellendo dodici anni di amministrazione di sinistra. Quei milioni di «No» referendari, scopre il campo largo, non erano voti in banca: erano stati d’umore.

Il PD ha confuso la toga con la scheda elettorale

Quando il Pd ha scelto di combattere il referendum fianco a fianco con l’ANM — non per convinzione garantista, ma per calcolo anti-governativo — ha confuso la toga con la scheda elettorale. L’ANM non è un partito. Non elegge sindaci. È la stessa sinistra che nel 1997, con la Bicamerale di D’Alema, aveva proposto la separazione costituzionale delle carriere, e Violante la definiva «un obiettivo storico della sinistra riformista». Il garantismo è stato svenduto in cambio dell’abbraccio della magistratura associata. Un alto dirigente dem ha lasciato trapelare l’insofferenza: «Devono smettere di pensare alla ripartizione dei ministeri». Giorgia Meloni ha chiuso la giornata con sei parole: «Il crollo del centrodestra, rimandato a domani». Il campo largo, senza la toga che spinge, scopre di essere soprattutto un campo. Il problema è che i campi, di solito, si arano.

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