Città-laboratorio
Venezia e il cambio di paradigma ‘grazie’ al Covid: “Siamo passati da vetrina a luogo di produzione, oggi sono più le persone che vengono a vivere rispetto a quelle che escono”
L’impegnativo progetto cambia il racconto della laguna. Simone Venturini, assessore a sviluppo economico e turismo del Comune, parla di come i grandi eventi possono e devono creare sviluppo e impresa
Assessore Venturini, Venezia è ormai un palcoscenico consolidato per grandi eventi internazionali: la Biennale, la Mostra del Cinema, le sfilate di moda, i saloni dell’artigianato. Eppure viene da chiedersi se tutto questo basti a generare sviluppo economico duraturo.
«È una domanda legittima. Per decenni Venezia ha subìto più che progettato. L’industria turistica ha rincorso quello che arrivava, le amministrazioni intervenivano su cose di piccolo cabotaggio. In quel vuoto, tutti raccontavano Venezia senza che fossero i veneziani a farlo. Il Covid è stato l’occasione per ripartire diversamente: dire chi siamo e cosa vogliamo, ricollocare la narrazione su qualità, autenticità. Ma soprattutto passare da vetrina a luogo di produzione e sperimentazione: non solo showcase, ma luogo dove si produce».
Cosa significa concretamente questo passaggio? Come si fa a trasformare un evento in un volano che non si esaurisca nell’indotto alberghiero e della ristorazione?
«Gli eventi come Homo Faber, il salone nautico, il salone dell’alto artigianato agganciano una filiera di aziende, imprese, piccole botteghe artigiane presenti in città. Grazie al circuito che generano, queste realtà possono acquisire visibilità e commesse. Ma siamo impegnati ad imprimere un’accelerazione ulteriore per portare a Venezia progetti di produzione capaci di generare posti di lavoro qualificati e qualificanti, che siano complementari e alternativi all’offerta del mercato turistico».
Il punto è anche che se l’unico sbocco lavorativo resta il turismo, difficilmente si trattiene capitale umano qualificato.
«È evidente che se io riesco a offrire ai miei studenti che si laureano dei posti di lavoro non solo nell’ambiente pubblico o turistico, ma anche in un’impresa di informatica, un’impresa che si occupa delle aste di arte contemporanea, produzione cinematografica, un’azienda che lavora con l’intelligenza artificiale o con la creatività, un’azienda pubblicitaria, riesco a trattenere in città una parte di classe media che purtroppo nei decenni Novanta e Duemila è un po’ uscita da Venezia».
Quanto questo sta già avvenendo? Ad esempio imprese che hanno scelto Venezia non come location per un evento, ma come luogo di produzione.
«Ci sono già best practice significative. È arrivata un’agenzia che fa pubblicità, si chiama Crafted: il fondatore ha scelto di portare qui trenta giovani pubblicitari e comunicatori, hanno preso un palazzo in Campo San Polo e realizzano i più belli spot per le pubblicità italiane da Venezia. Un investitore tedesco ha comprato l’ex Ospedale al Mare, che diventerà uno dei più grandi poli di ricerca informatica legati al biotech, alla biomedicina, al biomedicale, con cinquecento posti di lavoro di alto profilo. E molti palazzi che erano chiusi o in disuso sono divenuti fondazioni culturali di grandissima fama».
Un tema resta lo spopolamento del centro storico. Questi nuovi insediamenti possono invertire la tendenza?
«Il post-Covid ha già segnato un’inversione di trend. Se guardiamo il saldo tra chi viene a vivere a Venezia e chi se ne va, in alcune annualità è positivo: sono più le persone che vengono rispetto a quelle che escono. Da molte capitali europee hanno scelto di vivere qui persone che sono arrivate con una dote di relazioni che poi hanno messo a disposizione della città».
In questo quadro, che ruolo gioca il contributo d’accesso?
«Va nel segno di immaginarci una prenotazione della città: il visitatore si prenota prima di venire a Venezia e questo ci dà il tempo di raggiungerlo con dei messaggi per spiegargli dove è finito. Vale soprattutto per il turismo giornaliero, che è più superficiale. Spesso arrivano da Roma col Frecciarossa, per gli americani sono poche miglia, e non comprendono l’unicità di Venezia. Se tu spieghi perché Venezia è speciale, perché è così delicata, è più facile poi che anche il turista meno consapevole abbia un rispetto diverso».
C’è tutta una narrazione nuova da affermare.
«Una Venezia contemporanea, non declinante. Il claim che usiamo è “Venezia, la più antica città del futuro”. Siamo usciti dall’equivalenza Venezia uguale declino, quel fascino delle rovine di epoca romantica che piace e si vende sulla stampa americana: la Venezia che affonda, che si sgretola, l’acqua alta. Il Mose è entrato in funzione, attraiamo residenti, ospitiamo eventi internazionali. Una sfilata di Dolce e Gabbana di tre giorni regala a Venezia una visibilità che mille campagne pubblicitarie non riuscirebbero a raggiungere. E racconta una Venezia non del passato, ma contemporanea e viva».
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