Europa
Il gas russo e la scelta di Conte: così l’Occidente si frammenta
Per Giuseppe Conte è “una follia comprare il gas americano”, molto meglio comprare quello russo, “che costa meno” e, per farlo, invoca un negoziato gestito dall’Italia coinvolgendo la Cina. La dichiarazione, resa ai margini di un evento all’Eur, chiarisce definitivamente la politica estera nel campo progressista. La soluzione non è costruire un percorso di autonomia energetica, anche attraverso il nucleare, ma sostituire un fornitore con un altro. Si accusa il governo di eccessivo allineamento a Washington ma solo per proporre una virata verso Mosca o Pechino. Il risultato, però, non cambierebbe: l’Italia resterebbe esposta alla dipendenza dalle forniture estere e alla loro volatilità. Lo si è visto proprio con il gas russo, i cui prezzi, all’indomani della invasione russa dell’Ucraina del 2022, hanno raggiunto livelli record, dimostrando quanto una strategia fondata su fornitori esterni sia vulnerabile alle dinamiche geopolitiche. Inoltre, una simile impostazione finirebbe per sostenere sistemi anti occidentali che sfruttano i proventi dei commerci europei per finanziare politiche a noi ostili.
Il precedente
La traiettoria non è nuova. Durante il governo Conte, l’Italia fu primo Paese del G7 a firmare il memorandum sulla via della seta, aprendo a possibili investimenti infrastrutturali da parte di Pechino, tra ferrovie e porti, come quello di Trieste, sul quale i cinesi avevano puntato gli occhi dopo aver acquistato quello del Pireo. Una scelta di profonda discontinuità rispetto alla tradizionale collocazione internazionale del Paese.
La posizione di Conte
Alla luce di questi precedenti, la posizione di Conte non appare favorevole al gas russo per il bene delle imprese italiane ma più favorevole alla Russia e alla geopolitica asiatica in generale. Per le nostre aziende, il beneficio della ripresa dei commerci con Mosca sarebbe più una conseguenza del sostegno a Putin e non l’obiettivo. Al contempo, da Barcellona, Elly Schlein esalta la politica energetica di Sánchez, senza mai citare le centrali nucleari spagnole o i 335 milioni di euro di gas russo acquistato da Madrid lo scorso mese. Il mantra è sempre quello delle rinnovabili, dimenticandosi del fallimento tedesco che, per pura ideologia, ha chiuso al nucleare per riaprire al carbone. In questo quadro, la politica estera smette di essere uno sfondo e torna al centro del dibattito. In un “campo largo” unito dall’anti melonismo ma frammentato da ambizioni e visioni opposte, la mancanza di una leadership chiara apre a scenari poco rassicuranti. L’appartenenza italiana al mondo occidentale non sembra più essere una base imprescindibile dalla quale partire, bensì un punto di cui discutere.
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