Manovre
La Russia si muove in modo piratesco: doppio gioco nel Golfo. Che fine faranno i rapporti con Emirati e Qatar?
La Russia è alleata dell’Iran. Ma vanta da sempre un dialogo preferenziale con Israele. Parla con Trump, come anche gli emiri del Golfo. E questo non è un bene in una crisi internazionale in cui o si sta con una oppure con l’altra parte. Il problema emerge con la denuncia del Jerusalem Post, tale per cui Mosca avrebbe trasmesso a Teheran un elenco di importanti infrastrutture energetiche israeliane, al fine di aiutare i Pasdaran nei loro attacchi ed eventualmente causare blackout su larga scala. Il caso si associa a quanto detto dal presidente ucraino Zelensky, che si è detto sconcertato del fatto che Washington abbia ignorato le prove schiaccianti di come Mosca abbia aiutato l’Iran a colpire le basi statunitensi in Medio Oriente.
Tra i due governi c’è un consolidato scambio bilaterale di forniture militari e nel campo energetico e nucleare tra i due regimi. Un’alleanza che ha permesso a Teheran di tenere a galla il Paese nonostante l’isolamento diplomatico e le sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa. In segno di gratitudine, l’Iran invia da anni i suoi droni sul fronte ucraino. Cosa che ha portato Kyiv ad affermarsi come la forza più competente nell’intercettarli ora che attraversano anche i cieli del Golfo. In questo do ut des, si inserirebbe la disponibilità delle forze cecene, il braccio armato di Putin – che però i detrattori chiamano “armate Tik Tok” – a entrare in partita nel Golfo qualora il conflitto si trasformasse in boots on the ground. L’ha ventilato il presidente ceceno, Ramzan Kadyrov, sottolineando però, come unica condizione, che «l’Iran conducesse operazioni militari solo contro gli Stati Uniti e Israele e soprattutto non contro obiettivi e infrastrutture civili». Comprensibile, vista la condivisione di fede tra ceceni e arabi. A onor del vero, a Kadyrov andrebbe obiettato il fatto che altrettanto la Russia va giù pesante da quattro anni su scuole, ospedali e case in Ucraina. Ma fa niente.
Sul fronte opposto, il leader russo vanta un dialogo privilegiato con Trump e Netanyahu. La fiducia, perfino cieca, tra le parti potrebbe facilitare il Cremlino nello spiegare il motivo per cui non riesca a prendere una posizione nettamente allineata con l’Occidente. Il fatto è che nel Golfo la diplomazia personale e la comprensione tra leader non sono sufficienti. Se così fosse, l’album dei ricordi delle sei trasferte di Lavrov, tra Bahrain, Riad, Abu Dhabi e Doha, dal 2022 a oggi, per dire che – qualunque sia oggi la posizione russa nella guerra contro l’Iran – tutto si risolverà per il meglio. L’ambiguità lascia una traccia indelebile, però. Specie tra quei sovrani arabi che speravano di avere in Mosca quell’interlocutore utile per portare Teheran ai più miti consigli. Il mancato endorsement di Putin porta a chiedersi come cambieranno, a guerra finita, i buoni rapporti che la Russia aveva instaurato per esempio con gli Emirati e il Qatar, mercati di riferimento indispensabili per l’export russo da quando l’Europa ha alzato la sua cortina di sanzioni. Dai prodotti agricoli ai metalli preziosi, passando per il turismo e, manco a dirlo, l’Oil & gas, la direttrice Mosca-Golfo ha toccato punte di decine di miliardi negli ultimi anni.
Tutto questo porta a una conclusione. Nel conflitto più popolare oggi, Mosca non tocca palla. Il che la rende più agguerrita sul fronte ucraino. Come anche nel provocare l’Europa. L’ordine del Cremlino alla fregata “Admiral Grigorovich” a scortare due petroliere della flotta ombra attraverso il Canale della Manica è da intendersi come un gesto di Putin per colpire la vecchia Europa in un momento di disattenzione internazionale. Ora che il mondo è impegnato a far uscire le proprie navi da Hormuz, Mosca forza l’altro blocco, fatto a maglie molto più larghe. Irrita le cancellerie occidentali, sapendo che la loro capacità di reazione andrà oltre la formale protesta diplomatica.
Mosca si muove in modo piratesco. Certo, non come si conviene a una superpotenza. Approfitta della “policrisi” per trarre quei benefici a breve termine che permettono alla sua economia di tirare il fiato e di finanziare ancora un altro anno di guerra. Cosa sono però i 6-10 miliardi di euro di extraprofitti dovuti di gas e petrolio alle stelle rispetto agli oltre 100 miliardi di dollari annui dell’economia di guerra russa?
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