L'analisi economica
L’Iran pesa sul portafoglio degli Usa, Trump frena e pensa alle midterm: già bruciati 40 miliardi di dollari
Donald sperava in una guerra più rapida. Crollano petrolio e gas, vola l’AI applicata a Difesa e sicurezza. Rimbalzi per le Borse del Golfo
Fatta una riflessione costi-benefici, Trump ha accettato la tregua in questo momento proprio perché il bilancio provvisorio del conflitto gravava sui secondi. Gli oltre 4,14 dollari al gallone della benzina hanno indotto il presidente Usa a mettere uno stop ai raid. A inizio guerra, il consumatore americano pagava 2,98 dollari al gallone. Significa una crescita del 39% in poco più di un mese. In numeri assoluti 1,16 dollari al gallone di spesa per un pieno. Troppo per un presidente che vuol fare “scopone” al Congresso, con le elezioni di novembre. Troppo se poi si va a vedere quanto ha speso il Pentagono finora.
I dati del Dipartimento della Guerra non sono definitivi, ovviamente. In fondo, è in atto solo una tregua. Per Trump la partita resta aperta. Vedi la minaccia di dazi al 50% a tutti i Paesi che avranno rapporti con Teheran. In ogni caso, il Washington Post ha stimato in 40 miliardi di dollari i costi già sostenuti. E in altri 80-100 miliardi quelli destinati a riparazioni, rimpiazzo munizioni e ricostituzione delle scorte. Gli economisti Usa sono soliti parlare di “affordability”, la capacità di spesa di un consumatore Usa in rapporto alla sua busta paga. Una “convenienza” applicabile anche all’inquilino della Casa Bianca.
Quanto può permettersi di spendere Trump per una guerra che sperava più rapida? D’altra parte, finora quello in Iran è stato tutt’altro che un conflitto in passivo. Sia in termini di perdite di uomini – al netto di Israele e del secondo fronte in Libano – sia in introiti ottenuti da alcuni settori. Il primo è l’Oil & gas. Da inizio guerra, Brent e Wti sono saliti rispettivamente di oltre il 50% e del 68%. Mentre il gas europeo è arrivato a raddoppiare i prezzi. Un’impennata a guadagno di estrattori, produttori e trader extra Golfo. Quindi le major americane, ma anche la Russia di Putin. L’economia cinese, a sua volta, ha marginalizzato dalla guerra in forma anomala. Le riserve energetiche, l’importante pacchetto di rinnovabili e l’auto elettrica sempre più dominante sul mercato domestico hanno ammorbidito l’impatto dei costi sugli idrocarburi.
Il crollo di petrolio e gas ieri, inversamente proporzionale all’euforia degli indici borsistici, è stato fisiologico. Il Brent è arrivato a 91 dollari circa al barile (-16%), il Wti a 92 dollari (-18%). A sua volta, il gas ad Amsterdam è stato quotato a 45 €/MWh (-15,5%). Siamo lontani dalla normalizzazione dei prezzi. Molte raffinerie e infrastrutture in Qatar, Emirati e Arabia saudita, colpite dai droni dei Pasdaran, resteranno a lungo fuori uso. D’altra parte, il saliscendi è stato accompagnato da chi sa stare sui mercati. Nel momento di maggiore tensione, Trump ha dato dimostrazione di maestria finanziaria al timone degli Stati Uniti. Una nave ammiraglia che richiede risorse, ma che sa anche produrne.
La domanda di droni, munizioni e sistemi di intercettazione è cresciuta a livello esponenziale. L’industria bellica ha risposto con disciplina. Ma è stata l’AI applicata a Difesa e sicurezza la vera protagonista di queste cinque settimane di guerra. La californiana Anduril, leader nella produzione e progettazione di droni, anti-droni, sensori, software di comando, nota come la “Lockheed Martin della guerra dei droni”, ha raccolto qualcosa come 4 miliardi di investimenti nel solo mese di marzo. L’israeliana Xtend, partecipata da un fondo a sua volta partecipato da Eric Trump, ha siglato un primo contratto in Medio Oriente del valore di circa 8 milioni di dollari, con un’opzione che può portarlo fino a 25 milioni, e ha completato altre forniture in Usa per la medesima cifra.
Diversa la distribuzione di danni e vantaggi nel mondo delle Borse. I mercati asiatici, i più dinamici all’inizio dell’anno, hanno risentito fin da subito del contraccolpo. Poi è stato il turno delle Borse del Golfo, che però ieri hanno vissuto i rimbalzi più significativi. Dubai ha chiuso con un 8,5%, rispetto ai 4-5 punti percentuali, comunque buoni, registrati in media tra Europa e Asia. Milano compresa (+4%). Numeri alla mano e con la tregua appena iniziata, Trump ieri diceva su Truth che il Medio Oriente ha di fronte una “nuova età dell’oro”. È vero. Ma giustamente Israele ha fatto notare che questo vuol dire andare oltre la tregua e pacificare il Medio Oriente. Tradotto: sgominare il regime a Teheran e normalizzare il Libano.
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